Multe da 400 a 3000 euro e il rischio del carcere fino a 5 anni per chi viola volontariamente la quarantena essendo positivo e che incorre in un reato contro la salute pubblica, provocando il diffondersi dell’epidemia. Un elenco di 29 gruppi di regole e limitazioni anti contagio che il governo potrà adottare fino alla fine dell’emergenza, con provvedimenti da rinnovare mese per mese. E che le Regioni potranno anche inasprire, ma solo negli ambiti di loro competenza.
Con il nuovo decreto anti-Coronavirus il governo dà copertura normativa a tutti i divieti introdotti finora con i Dpcm e delimita il campo d’azione proprio e dei governatori, facendo salve le ordinanze locali per altri 10 giorni.

Oltre a questo, l’Enac (Ente nazionale per l’aviazione civile) ha autorizzato in deroga l’uso dei droni per monitorare gli spostamenti dei cittadini sul territorio comunale “nell’ottica di garantire il contenimento dell’emergenza epidemiologica coronavirus”. Il ministro per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione, Paola Pisano, con il ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, inoltre, ha lanciato un invito alle società che sviluppano app. L’obiettivo, innanzitutto, è quello di tracciare gli spostamenti delle persone, segnalare i luoghi frequentati da chi è stato contagiato e permettere di risalire ai cittadini con i quali è venuto in contatto.

Sorveglianza e repressione vs diritti e screening

In una sezione speciale creata ad hoc sul suo blog, la giornalista esperta di tecnologia Carola Frediani, riporta le parole dello storico e saggista Yuval Noah Harari pubblicate sul Financial Times.
“In tempi di crisi e di emergenza ci sono due scelte principali. Una è quella tra sorveglianza totalitaria o empowerment dei cittadini. L’altra è tra isolazionismo nazionalista o solidarietà globale. Nella loro battaglia contro il coronavirus alcuni governi hanno adottato nuovi strumenti di sorveglianza. Questa emergenza potrebbe segnare un punto di svolta nella storia della sorveglianza, anche perché la tecnologia al riguardo sta correndo a rotta di collo”.

La strada che sembra avere imboccato l’Italia per fronteggiare l’epidemia sembra essere quella della sorveglianza e della repressione, non certo quella dell’empowerment e men che meno quella dello screening di massa dei cittadini attraverso i tamponi.
Su quest’ultimo versante si sprecano le testimonianze delle persone che vivono nei territori più colpiti dai focolai e che lamentano il rifiuto ad essere sottoposti a tamponi, sia se i propri contatti stretti hanno contratto il virus, sia se manifestano sintomatologie non gravi.

Il Direttore dell’Unità complessa diagnostica di Microbiologia a Padova e docente di Virologia all’Imperial College di Londra, Andrea Crisanti oggi ha lanciato l’allarme sul Corriere della Sera: “L’emergenza è stata sottovalutata. In Italia potrebbero esserci 450mila casi, altroché 60mila”.
Grisanti ha studiato con il governatore del Veneto Luca Zaia una strategia per fronteggiare l’emergenza, sostenendo da subito la scelta dei tamponi anche ai malati asintomatici, partendo da tutti coloro che sono più a rischio di contagio.

Al tempo stesso, anche dove è stato promesso un massiccio aumento dei tamponi, come in Emilia Romagna, la seconda regione più colpita dove la Lombardia, i fatti faticano a vedersi.
Non più tardi di due giorni fa la Cgil regionale lamentava come ad una settimana dall’annuncio del presidente Stefano Bonaccini, la campagna di screening del personale sanitario non fosse stata ancora avviata. In più si è registrata grande confusione in merito ad una direttiva secondo la quale i medici risultati positivi ai test ma asintomatici avrebbero dovuto lavorare. A chiarire è stato il commissario ad acta Sergio Venturi, che ieri ha espressamente detto che “nessun operatore sanitario positivo al Covid-19 può recarsi al lavoro”.
Tra le cause che impediscono una campagna di test a tappeto viene spesso indicata l’incapacità dei laboratori di analisi di fronteggiare numeri massivi, ma al tempo stesso non si è proceduto finora al coinvolgimento o requisizione delle strutture private o alla creazione di nuovi laboratori ad hoc.

L’Italia sconta l’impreparazione, l’incoerenza e i ritardi

“Quest’epidemia ci ha colti impreparati, sia come Italia e come Europa – osserva ai nostri microfoni Chiara Bodini, docente universitaria e ricercatrice in settori come Disuguaglianze in salute e Movimenti sociali e salute – Questa impreparazione non è giustificata perché da tempo esistono conoscenze che mettono in guardia sul possibile sviluppo di epidemie e pandemie in un mondo così interconnesso e sui sistemi che andrebbero messi in atto, perché l’unico modo per reagire in modo efficace ad una situazione di emergenza è avere un piano d’azione pronto”.

L’impreparazione ha fatto sì che venissero scoperti i nodi più delicati del sistema, come il taglio che la sanità ha subito negli ultimi anni. E anche se non esistono ricette risolutive al problema e se si sta ancora cercando di analizzare le diverse risposte messe in atto da diversi governi, certamente è chiaro cosa finora non ha funzionato.
Bodini individua tre punti. Il primo riguarda l’impreparazione dell’Italia, che ha portato ad un periodo prolungato di incertezza, misure parziali, mancato coordinamento con le regioni, sia sul piano delle politiche generali che su quello delle politiche sanitarie. Ciò ha permesso che ampie fette di popolazione rimanessero esposte.

Il secondo punto riguarda la sorveglianza epidemiologica, del tracciamento dei casi positivi e dei loro contatti. “Anche questo è stato portato avanti in maniera limitata – osserva Bodini – Forse c’è il Veneto che adesso sta perseguendo una strategia in questo senso”.
Il terzo punto riguarda la gestione territoriale. “Da più parti si dice che in realtà l’isolamento domiciliare delle persone positive non sia la misura ottimale, perché contagiano i propri famigliari – sottolinea la ricercatrice – Invece l’isolamento in strutture dedicate a bassa intensità, dove vanno le persone positive che non hanno bisogno dell’ospedale sembra essere una strategia più efficace”.

ASCOLTA L’INTERVISTA CHIARA BODINI: