La grande gioia per la liberazione di Silvia Romano, la cooperante italiana rapita in Kenya e rilasciata in Somalia sabato scorso dopo un anno e mezzo di prigionia, riporta i pensieri sulla vicenda di Patrick Zaki.
Lo studente del master in gender studies dell’Università di Bologna è recluso in Egitto dal 7 febbraio scorso con accuse pretestuose, che sottendono la volontà del regime di Al Sisi di reprimere la dissidenza e l’attivismo per la causa lgbtq.
Dopo una serie infinita di slittamenti e rinvii, la nuova data dell’udienza che dovrebbe decidere il suo destino è fissata per il 19 maggio.

Patrick Zaki, il caso dello studente egiziano

Tutto è cominciato ad inizio febbraio, quando il giovane è stato trattenuto dalle autorità egiziane mentre si trovava nel Paese per trovare la famiglia.
Il suo arresto è sembrato subito pretestuoso. Le accuse mosse nei suoi confronti sono quelle tipiche con cui il regime egiziano reprime la dissidenza: dalla diffusione di notizie false alla manifestazione non autorizzata, fino ad attività per sovvertire il governo.
In poco tempo le autorità egiziane hanno messo in campo anche una campagna diffamatoria nei suoi confronti. Nelle televisioni egiziane il sostegno del giovane alla causa lgbtq venne definita come un metodo per portare il caos, la prostituzione e la perversione nel Paese.

A Bologna e non solo l’arresto di Patrick provocò un’ondata di mobilitazioni con appelli e manifestazioni sia del mondo accademico, studenti e docenti insieme, sia della cittadinanza.
L’arrivo del coronavirus e delle restrizioni alle iniziative pubbliche ha rappresentato un ostacolo alle mobilitazioni, ma gli amici e i simpatizzanti del giovane hanno cercato forme alternative di protesta, tra cui anche un mailbombing verso le autorità italiane, che sulla vicenda hanno avuto una condotta ambigua.

Il coronavirus, inoltre, ha fatto crescere la preoccupazione per la sorte del giovane, dal momento che la salute nelle carceri egiziane non è certamente garantita e poiché Patrick soffre di patologie respiratorie che lo rendono un soggetto a rischio di fronte al virus.
La pandemia si è quindi aggiunta ai problemi e agli ostacoli posti dalle autorità egiziane, tra cui le enormi difficoltà dei famigliari e degli avvocati di entrare in contatto col giovane.

Le ultime notizie

Con il passare dei mesi e il rinvio di 15 giorni in 15 giorni dell’udienza, è apparso chiaro che quella egiziana è una strategia. L’auspicio sembra essere quello che il tempo ed altri problemi facessero calare l’attenzione sul caso e permettessero al Cairo di avere mano libera, senza le pressioni internazionali.
L’ultima notizia, arrivata lo scorso 9 maggio, riguarda l‘ulteriore slittamento al 19 maggio per l’udienza preliminare. Ciò porta a cento giorni la detenzione del giovane senza la formalizzazione delle accuse nei suoi confronti, senza la possibilità di difendersi in un processo e men che meno in presenza di prove a suo carico.

“Quella di Patrick è una situazione sempre più complicata – osserva ai nostri microfoni Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia – perché Patrick fa parte di quelle 1600 persone in prigione in Egitto cui ad inizio di maggio è stata prorogata la detenzione preventiva”.
Secondo la legge egiziana, l’arresto preventivo potrebbe arrivare fino a due anni, termine che spesso si prolunga ulteriormente.
Amnesty, insieme al Comune di Bologna e all’Università di Bologna, sta facendo pressione sull’ambasciatore italiano in Egitto affinché si faccia promotore di una richiesta urgente sulle condizione di salute di Patrick, allo scopo di rilasciarlo con un permesso umanitario per motivi di salute.

ASCOLTA L’INTERVISTA A RICCARDO NOURY: