All’inizio degli anni ‘70 il capitale si è sentito minacciato dalle conquiste dei lavoratori e ha cominciato una controffensiva, una controrivoluzione, una lotta di classe che ha condotto silenziosamente, ma che l’ha portato ad ottenere l’egemonia e, dunque, la vittoria. È questa la tesi di “Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi” (Feltrinelli editore), l’ultimo libro di Marco D’Eramo che è stato presentato all’ultima edizione del Festival di Internazionale a Ferrara.

Il dominio del capitale: come i ricchi hanno vinto la lotta di classe

Nel suo libro il giornalista ricostruisce in modo dettagliato le modalità con cui i ricchi hanno lanciato la propria offensiva, utilizzando l’arma che avevano a disposizione: il denaro. È così che, a partire dagli anni ‘70, il capitale ha finanziato fondazioni, centri studi, think tank e università, condizionando in modo significativo il pensiero economico, ma anche quello sociale, portando le proprie convinzioni a diventare senso comune anche presso le classi subalterne. Una pioggia di soldi per smontare a livello ideologico tutte le convinzioni egualitarie, imponendo la legge unica del mercato, fino all’assolutismo del «There is no alternative» di Margaret Thatcher o al «è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo» che dà il titolo ad un capitolo di un libro di Mark Fisher.

«Mentre l’idea di uno stato più socialista era diventata maggioritaria negli anni ‘60 – osserva D’Eramo ai nostri microfoni – i ricchi invece volevano riportare in auge la falsa idea della meritocrazia, quella secondo cui chi ha di più pensa di avere più meriti».
La lotta di classe dei ricchi è stata condotta su diversi fronti e uno di questi è stato il sistematico attacco allo Stato, definito come inefficiente per favorire i processi di privatizzazione e incapace fino a smantellare le misure di welfare. L’autore riporta i tre assiomi su cui si fonda il discorso del capitale contro lo stato sociale: la perversità (se diamo sussidi ai poveri favoriremo la povertà), la futilità (i sussidi ai poveri non risolveranno la povertà) e la messa a repentaglio (se diamo sussidi ai poveri dovremo rinunciare ad altre conquiste).

Il lavoro concettuale del capitale è stato ed è così pervasivo che è diventato senso comune ed ha plasmato la mente anche di chi non appartiene alla classe sociale dei ricchi. «L’egemonia fa sì che ognuno di noi pensi se stesso come capitalista di se stesso, come imprenditore di se stesso, immaginando la propria vita come un’impresa in cui mettere in gioco il capitale umano, culturale, simbolico ed economico, per cui può vincere o può perdere o può fallire»,
Le conseguenze di tutto ciò si vedono anche sul piano politico. Anche i partiti progressisti si sono fatti persuadere dai dogmi imposti dal capitale e, in Italia ad esempio, «non vedo alcun partito che rappresenti gli interessi dei dominati per cercare di limitare il dominio», osserva D’Eramo.

Per arrivare a imporre il proprio dominio, il capitale ha imparato da Gramsci e Lenin, sostiene l’autore. Ed è dunque dal nemico che bisogna imparare per reagire. «Si può reagire riproponendo alle persone un’idea di futuro della società – sostiene il giornalista – La società che ci viene offerta oggi non ha futuro. Nessuno dei potenti oggi in sella risponde alla domanda di un giovane che si domanda come starà da vecchio. Tutti viviamo in un eterno presente, è stata cancellata la dimensione del domani, quindi noi dobbiamo semplicemente ridare un domani alle persone».
Per farlo, però, occorre lavorare sulla narrazione, «non attraverso le prediche, perché di prediche non se ne può più», conclude D’Eramo.

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