«È stato un capolavoro della politica italiana». È con queste parole, come al solito in deficit di modestia, che Matteo Renzi, una volta insediato il governo Draghi, definì la sua operazione per rimuovere Giuseppe Conte. Un gesto che ha spostato decisamente a destra l’asse del governo, ma che non esaurisce i bocconi avvelenati del leader di Italia Viva. E lo testimoniano le dimissioni annunciate ieri dal segretario del Partito Democratico, Nicola Zingaretti, che getta la spugna stizzito e amareggiato dopo settimane di “cannoneggiamento”.

Dimissioni Zingaretti, gli achei renziani nel ventre del Pd

Tra gli attacchi che Zingaretti ha subìto negli ultimi tempi si annoverano quelli di Andrea Marcucci, Lorenzo Guerini e Luca Lotti, esponenti di correnti renziane rimaste nel Pd un po’ come gli achei nascosti nel ventre del cavallo regalato a Troia.
La settimana scorsa, nel giorno in cui il segretario ha convocato l’Assemblea nazionale del partito per il 13 e 14 marzo, il vice-segretario e ministro Andrea Orlando aveva affermato: «Diciamolo con chiarezza: puntano a un logoramento del gruppo dirigente». Il riferimento era ai renziani e ai loro attacchi alla leadership dello stesso Zingaretti.

Le critiche dei renziani si articolano su diversi fronti e, nei giorni, si sono aggiunte rivendicazioni personali anche di esponenti di altre correnti.
Il nodo principale rimane la scelta di Zingaretti di continuare con l’alleanza tra Pd e M5S, tanto a livello nazionale quanto nelle elezioni amministrative recentemente posticipate al prossimo autunno. Un asse che lo stesso Renzi ha tentato di distruggere facendo cadere il governo Conte e che vuole impedire ancora perché ne va della sua stessa sopravvivenza politica.
A margine di ciò, troviamo i malumori per le nomine dem nell’esecutivo nazionale e le corse personali sui territori, dove la segreteria zingarettiana non sempre ha il controllo.

Al posto di Zingaretti, l’ala più liberal e meno socialdemocratica del Pd vorrebbe altre figure. Tra queste spicca il presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, che non riesce a nascondere bene i suoi scalpitii e che, per mettersi in mostra, ha dimostrato di essere disposto a fare asse con Matteo Salvini, sostendendo la riapertura serale dei ristoranti appena pochi giorni prima di essere stato costretto ad imporre la zona rossa in alcune province emiliano romagnole a causa dell’esplosione della terza ondata della pandemia. Una disattenzione verso l’amministrazione regionale che sta costando caro ai cittadini e alle cittadine che risiedono lungo la via Emilia.

«Nicola ripensaci», un coro unanime e spesso ipocrita

L’annuncio scioccante delle dimissioni di Zingaretti ha provocato all’interno del Pd un coro unanime di dichiarazioni, all’interno del quale anche quelli che hanno lavorato contro il segretario ora gli chiedono di restare. Frasi di circostanza che ricalcano quella che fu la strategia di Renzi dei confronti di Conte: un logorio durato mesi, con questo o quel pretesto di merito, che è terminato con lo strappo senza reali motivazioni. Una volta che Conte recepì le richieste di Italia Viva per il Recovery Plan, infatti, i renziani passarono al paletto successivo, quello del Mes, salvo abbandonarlo una volta sopraggiunto Draghi.
Analoga potrebbe essere la strategia degli “achei-renziani” nel Pd, ma per verificarlo occorre attendere.

Questa mattina su Immagina, la web radio del Partito Democratico, il presidente dei deputati del Pd, Graziano Delrio, si è aggiunto a quanti chiedono a Zingaretti di ripensarci.
«Ho sentito Nicola l’altroieri – ha detto Delrio – ed aveva una certa amarezza per il fatto che le discussioni si trasferissero sui giornali, come indiscrezioni e suggerimenti della debolezza della leadership».
Per Delrio, tuttavia, i toni della discussione interna al partito non hanno ancora raggiunto livelli di violenza come quelli registrati nel recente passato e che si sono trasformati in scissioni, come quella di Bersani, D’Alema ed Epifani, quella dello stesso Renzi e infine quella di Calenda.
Dagli ambienti vicini a Zingaretti, però, parrebbe che il segretario non abbia intenzione, almeno per il momento, di tornare sui suoi passi.

ASCOLTA L’INTERVISTA A GRAZIANO DELRIO:

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