C’è un primo non trascurabile risultato che Black Lives Matter e le persone scese in piazza dopo l’uccisione di George Floyd da parte della polizia stanno ottenendo.
In diverse città degli Stati Uniti si è aperto un dibattito e in alcuni casi ci sono già le prime deliberazioni sul definanziamento della polizia.
La battaglia non è nuova: negli Stati Uniti aleggia nell’aria da almeno cinque anni. L’uccisione di Floyd e le proteste che ne sono seguite, però, hanno fatto da acceleratore e, ad esempio a Minneapolis, gli organi rappresentativi hanno già preso decisioni in merito.

Polizia: Minneapolis la definanzia

La maggioranza del consiglio comunale di Minneapolis, là dove è stato ucciso Floyd, ha votato per avviare un processo che dovrà portare a un taglio dei fondi alle forze dell’ordine e allo smantellamento dipartimento di polizia. “L’obiettivo è quello di riformarlo e di ricostruire insieme a tutta la nostra comunità un nuovo modello di sicurezza pubblica che davvero garantisca la sicurezza di tutti”, hanno motivato i consiglieri comunali.
Un provvedimento analogo riguarderà il New York Police Departement, come annunciato dal sindaco Bill De Blasio, che ha intenzione di decurtare il budjet delle forze dell’ordine, che ammonta a 6 miliardi di dollari l’anno, in favore del finanziamento pubblico a servizi sociali e aiuti ai giovani.

De-fund the police” è uno dei principali slogan gridati in piazza proprio in seguito all’uccisione di Floyd da parte della polizia a Minneapolis. I manifestanti lo hanno utilizzato sui propri cartelloni e striscioni quasi in ogni manifestazione che si è registrata nelle ultime due settimane.
Quella che pareva essere un’utopia libertaria potrebbe diventare realtà in molte città statunitensi, anche se gli ostacoli non mancheranno dal momento che la polizia statunitense è uno dei settori più sindacalizzati.

Definanziare la polizia: l’origine e le ragioni della battaglia

Su Jacobin Italia il giornalista Giuliano Santoro ha tradotto la conversazione di Meagan Day con Alex S. Vitale, professore di sociologia e coordinatore del Policing and Social Justice Project al Brooklyn College e autore di The End of Policing.
Nell’intervista Vitale ricostruisce la nascita dell’istanza di definanziamento della polizia: “Uno dei motivi per cui le proteste oggi sono più intense di quanto non lo fossero cinque anni fa è che cinque anni fa alle persone è stato detto: ‘Non preoccuparti, ci penseremo noi. Forniremo la polizia di un regolamento interno. Avremo alcune riunioni con le comunità. Daremo loro delle fotocamere per il corpo e tutto andrà meglio’. E cinque anni dopo, non è andata affatto meglio. Non è cambiato nulla”.

Ed è proprio negli ultimi cinque anni che nelle persone è maturata la consapevolezza che le forze dell’ordine fossero irriformabili.
L’unica prospettiva rimasta è dunque quella di ridurre l’apparato di polizia e sostituirlo con alternative finanziate con fondi pubblici. E, sempre durante l’intervista, Vitale cita l’esempio di New York City, dove le chiamate alla polizia per casi relativi alla salute mentale ammontano a circa 700 al giorno. “Non abbiamo bisogno della polizia per fare quel lavoro, e in effetti non vogliamo che la polizia armata faccia quel lavoro, perché è pericoloso per le persone che hanno queste crisi – osserva Vitale – Dobbiamo creare un sistema di risposta alle crisi per la salute mentale che non coinvolga la polizia. Jumaane Williams a New York City ha chiesto esattamente questo in un dossier dettagliato. La proposta è quella di prendere i soldi spesi per le chiamate alla polizia e trasferirli ai servizi di salute mentale”.

Il fallimento della gestione di problemi sociali attraverso la repressione

“Le campagne per il definanziamento della polizia rispondono ad un problema, che è quello che se hai un problema nel tuo quartiere, di qualsiasi tipo, ti viene automatico chiamare la polizia, anche se non è un problema strettamente di ordine pubblico”, osserva Santoro ai nostri microfoni. Ciò avviene perché le forze dell’ordine sono state utilizzate negli ultimi decenni come unico strumento e unica presenza dello Stato nella gestione di problemi, anche sociali.
“Tantissime questioni che sono culturali, di integrazione e di mediazione sono state demandate alla polizia”.

Il problema che si manifesta oggi in realtà viene da lontano e dalle politiche di “tolleranza zero“, di “decoro” e di “lotta al degrado” cominciate tra la fine del secolo scorso e i primi anni del nuovo millennio.
Santoro cita l’esempio di Rudolf Giuliani a New York. Il sindaco conservatore sostenne che anche una finestra rotta in un palazzo avrebbe favorito la criminalità. “Inizialmente quelle politiche sembrarono funzionare e si registrò un calo della criminalità urbana – continua il giornalista – Poi si scoprì che la criminalità era in calo, anche di più, in altre città dove la ‘tolleranza zero’ non era stata applicata e dove c’erano stati finanziamenti pubblici per servizi sociali”.
Un altro esempio citato è quello della Bologna del “sindaco sceriffo” Sergio Cofferati, che ingaggiò una lotta anche contro i mendicanti e i lavavetri. “Ricordo che un vigile urbano all’epoca mi raccontò che ci fu un effetto moltiplicatore e che la polizia municipale riceveva chiamate per qualsiasi cosa, anche per liti di condominio”.

Spesso la politica, sia di destra che di “sinistra”, afferma che il problema della sicurezza non è tanto un problema reale, ma un problema di percezione. La percezione di insicurezza sarebbe dunque la ragione che motiva la politica ad intraprendere politiche securitarie.
“Anni fa il capo della polizia De Gennaro, che sulla nostra pelle sappiamo non essere una persona che si fa problemi ad usare il pugno di ferro – osserva Santoro – commentò un rapporto secondo il quale tutti i reati erano in calo e che dimostrava che le persone che si sentivano più insicure erano quelle che guardavano più televisione. Il punto è che un tempo se le persone pensavano che in strada ci fossero comportamenti loschi, questi erano interpretabili secondo linguaggi e codici che conoscevano. Oggi per strada vivono persone di diverse culture e si ha la percezione che tutto questo sia incontrollabile. Tutto ciò si risolverebbe mettendo in comunicazione le diverse culture e costruendo spazi pubblici di confronto e di scambio, non assecondando le paure”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A GIULIANO SANTORO: