È un vero e proprio fuoco incrociato quello che si è scatenato contro il Ddl Zan contro i crimini d’odio nei confronti di donne, lesbiche, gay, bisessuali e trans, già noto come disegno di legge contro l’omolesbobitransfobia. Da un lato, infatti, il provvedimento legislativo è avversato dai cosiddetti No Gender, fondamentalisti cattolici e gruppi di estrema destra che si oppongono all’educazione di genere nelle scuole, dall’altro però è al centro anche delle critiche delle cosiddette Terf, le femministe radicali transescludenti, soprattutto un gruppo di Arcilesbica e Se Non Ora Quando, che ha sostenuto che la legge cancellerebbe il sesso, invisibilizzando le donne, da loro considerate tali in esclusiva chiave biologica.

Ddl Zan, il documento di oltre duecento lesbiche

Il dibattito che si è sviluppato ha preso una deriva tale da indurre un gruppo di oltre duecento lesbiche a prendere posizione pubblicamente sulla vicenda. In un articolo pubblicato dal Manifesto e intitolato “Lesbiche, identità di genere e ddl Zan” viene espresso “un posizionamento lesbico in dissenso con l’unica voce lesbica per ora emersa nel confronto politico e sociale che precede la discussione parlamentare del Ddl Zan”.
In particolare, nel documento le firmatarie sostengono che non sono la quantità di ormoni o il sesso assegnato alla nascita a creare violenza e discriminazione, ma il posizionamento nel mondo, che nasce da un rapporto critico con i generi e soprattutto con i ruoli a essi attribuiti. La difesa, dunque, è per l’espressione “identità di genere” contenuta nel ddl che è stata contestata dalle detrattrici del testo.

“La legge è necessaria – osserva ai nostri microfoni Carla Catena, tra autrici del documento – Certo, da sola non basta, ma è necessario che ci sia una legge che tuteli le soggettività lgbtq. Come lesbiche siamo da sempre abituate a varcare i confini dei generi e questo è fondamentale per le nostre lotte intersezionali. Quindi difenderemo in ogni modo il diritto ad esprimere le soggettività e le identità di genere, perché il femminismo eterosessita e destrorso non è femminismo, ma è il cavallo di Troia del patriarcato”.

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A Bologna in piazza per “Molto più di Zan”

L’ostacolo “tradizionale”, però, rimane quello dei fondamentalisti cattolici e di estrema destra. Il cosiddetto Popolo della Famiglia, riunitosi a Verona nel marzo del 2019, sta gridando alla fine della libertà di espressione o addirittura di ricerca scientifica che sarebbe rappresentata dal ddl Zan.
Tra le apparizioni in programma, c’è la manifestazione dell’11 luglio a Bologna e in altre città italiane. Nella città felsinea, i No Gender si danno appuntamento alle 19.30 in piazza San Domenico al grido di #RestiamoLiberi – Stop legge contro omotransfobia.

Lo stesso giorno, ma alle 18.30 in piazza Nettuno, scenderanno però in piazza anche Non Una di Meno, Mujeres Libres, Rete Bessa, la Mala Educaciòn, B-Side Pride, Laboratorio Smaschieramenti e altre realtà cittadine al grido di “Molto più di Zan!”.
“Il dibattito attuale è di Gender Panic – osserva ai nostri microfoni Renato Busarello di Nudm – Ogni volta che si parla di identità di genere in questo Paese scatta il panico generalizzato e la nostra risposta è ‘ok, andiamo oltre questo panico’, perché è abbastanza sintomatico che dobbiamo ancora discutere di questo. Il nostro ragionamento vuole andare avanti con questa legge, ma avere molto di più di quello che contiene”.

In particolare, se da un lato il ddl Zan rappresenta una forma di riconoscimento a valle, non è con il solo inasprimento delle pene e l’inserimento nella legge Mancino di una nuova tipologia di reato che si risolveranno i problemi. Da un lato è giusto punire le aggressioni e le violenze subite dalle persone lgbtq, ma dall’altro sarebbe opportuno prevenirle, ad esempio attraverso l’educazione alle differenze nelle scuole, nella non-neutralità nelle scuole che considera allo stesso modo l’ingresso di gruppi No Gender o associazioni che educano alle differenze, nell’allargamento del sostegno ai centri antiviolenza e in altri strumenti di autonomia e autodeterminazione per le diverse soggettività.

Quanto alle posizioni “terf”, Busarello commenta: “Ormai siamo abituate, ma quelle quattro persone che riescono a scrivere su Repubblica non sono rappresentative. Dal 2016 esiste un grande movimento tranfemminista e globale, che ha assemblee in praticamente tutte le città, parla di violenza sistemica e fa un ragionamento intersezionale”.
Se si vuole prendere in considerazione cosa pensano le donne e le soggettività lgbtq, dunque, è bene tenere presente anche la rappresentanza che questo o quel movimento hanno in quelle comunità.

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