Ad un mese e mezzo dall’inizio dell’emergenza sanitaria, la scuola torna al centro dell’attenzione e quello che ha rappresentato un salvagente per la conclusione dell’anno scolastico in corso, la didattica a distanza, potrebbe diventare un elemento strutturale da settembre prossimo. Tutto ciò con una serie di problemi e contraddizioni che non vengono risolte, ma anzi potenzialmente si aggravano e si moltiplicano. Dalla messa in discussione del sistema scolastico, però, potrebbero uscire anche sintesi interessanti e positive. Più che mai, dunque, è necessario che il tema venga discusso e dibattuto.

Scuola: gli scenari possibili

Intervistata da Fabio Fazio, ieri sera la ministra all’Istruzione Lucia Azzolina ha affermato che uno dei possibili scenari allo studio del governo è rappresentato dal riacutizzarsi dell’epidemia di coronavirus in Italia nel prossimo autunno e, di conseguenza, da un inizio dell’anno scolastico a settembre con le stesse modalità adottate oggi, le videoconferenze e le lezioni a distanza.

Poche ore dopo l’intervista, ha iniziato a circolare la bozza del decreto scuola discussa oggi dal Consiglio dei Ministri dove, oltre alle misure per concludere l’anno scolastico in corso (con la promozione di tutti gli studenti e l’esame di maturità svolto online), si cambia il carattere della didattica a distanza: non più consigliata ma obbligatoria, dovrà cioè essere assicurata utilizzando strumenti informatici o tecnologici a disposizione.

Nelle stesse ore, però, l’Istat pubblicava i risultati della ricerca “Spazi in casa e disponibilità di computer per bambini e ragazzi”, da cui emerge che la percentuale di famiglie senza computer supera il 41% nel Mezzogiorno, con Calabria e Sicilia in testa, ed è circa il 30% nelle altre aree del Paese. Più elevata nel Mezzogiorno anche la quota di famiglie con un numero di computer insufficiente rispetto al numero di componenti.

I nodi problematici della didattica a distanza

Se resa necessaria per fronteggiare in breve tempo l’emergenza, la didattica a distanza presenta diversi problemi e contraddizioni che possono arrivare a mettere in discussione lo stesso diritto all’istruzione sancito dalla Costituzione. Il nodo più sentito è quello delle disuguaglianze che, senza opportuni provvedimenti, non solo verrebbero mantenute ma addirittura aumentate qualora l’insegnamento da remoto diventasse strutturale. Come dimostra la ricerca dell’Istat, le condizioni socio-economiche di partenza, in particolare per l’accesso alla strumentazione necessaria a poter fruire della didattica a distanza, rischiano di tagliare fuori la fetta più povera degli alunni e delle alunne dal diritto all’istruzione.

Vi è poi una questione più generale che riguarda la didattica a distanza e che investe anche direttamente la concezione che si ha dell’istituto scuola. Le videoconferenze possono assolvere bene e talora in modo innovativo al ruolo di trasmissione di nozioni, ma sono assai incapaci di svolgere le funzioni di socializzazione, crescita ed educazione alla diversità che la scuola rappresenta. Specialmente nel primo ciclo di istruzione, la scuola non è solo il luogo dove si imparano la matematica, la grammatica o la geografia, ma rappresenta l’occasione principale nella vita di bambine e bambini dove fare esperienza del mondo ed entrare in relazione con i coetanei e con gli adulti.

Infine non è trascurabile l’aspetto logistico-organizzativo della formazione a distanza, il cui peso ricadrebbe in modo grave sulle spalle delle famiglie. Se a settembre gli istituti scolastici non riapriranno, molte famiglie si troveranno a dover fronteggiare il problema dell’accudimento dei figli e il tema evoca anche questioni di genere, dal momento che il lavoro di cura in Italia pesa ancora enormemente sulle spalle delle donne, che in molti casi si vedrebbero costrette a rinunciare al lavoro per rimanere a casa con i figli.

La necessità di un ripensamento dal basso

Ai nostri microfoni Mirco Pieralisi, insegnante da poco in pensione ed ex consigliere comunale, racconta come le sue ormai ex colleghe si sono attrezzate per fronteggiare l’emergenza e per fare in modo di raggiungere tutti i propri alunni e le proprie alunne. “Questa situazione fa emergere le contraddizioni che esistevano nella scuola anche prima – sottolinea Pieralisi – perché ad esempio le classi sovraffollate rappresentavano un problema per l’apprendimento anche in assenza dell’epidemia”.

L’ex insegnante racconta di un corpo docente se si premura di raggiungere tutti gli studenti, cercando anche soluzioni creative per colmare il gap di famiglie con meno possibilità. Le maestre stanno riflettendo e mettendo in discussione anche le proprie modalità di insegnamento, stanno insegnando come utilizzare gli strumenti tecnologici alle famiglie straniere, stanno aggiornando anche le proprie competenze tecnologiche che, prima dell’epidemia, a volte erano molto arretrate.
“Si creano anche relazioni diverse con i genitori – osserva Pieralisi – Negli ultimi anni ci eravamo irrigiditi anche a causa di fenomeni accentuati dai social network, mentre ora si sta creando un rapporto nuovo con le famiglie”.

Dalla buona volontà di insegnanti, genitori e alunni, dunque, si sta sperimentando un modo diverso di intendere la scuola stessa che, per sua natura, riguarda tutti. “Da questa crisi – conclude Pieralisi – si uscirà in due modi: o aumentando l’odio e la divisione o riscoprendo valori di solidarietà. Si sta scoprendo, come è sempre stato, che la scuola non è un luogo neutro, ma è il posto dove si costruisce il futuro e siccome il futuro deve essere meglio del presente, la scuola è il posto dove si deve volare molto alto”.

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