“C’è stato un momento di smarrimento, ma ci siamo subito riorganizzati”. Così Roberto Morgantini, inventore delle Cucine Popolari, mense gratuite per persone in difficoltà, racconta ai nostri microfoni come il servizio a sostegno dei più deboli sta fronteggiando l’emergenza che sta travolgendo il mondo intero.
E, contrariamente a quanto si possa pensare, le persone che si rivolgono alle Cucine Popolari non sono diminuite, bensì sono aumentate.

Cucine Popolari: una veloce riorganizzazione

La chiusura del servizio di mensa per le persone in difficoltà è durata appena un giorno, il tempo di capire come adeguarsi alle restrizioni sancite da ordinanze e decreti. “Siamo tutti volontari – osserva Morgantini – quindi dovevamo capire se e come potevamo muoverci”. Un giro di telefonate a Comune, Prefettura e Questura è servito a confermare che le Cucine Popolari sono un servizio considerato essenziale, che costituisce anche una bella forma di riconoscimento.

Di qui, la riorganizzazione: non più pranzi nei locali delle diverse strutture, ma un servizio di asporto, che però non ha comportato riduzioni nella pietanza. “Continuiamo a fornire pasti composti da primo, secondo, pane e frutta”, osserva Morgantini.
Questo è anche una delle ragioni per cui, contrariamente alle aspettative, le persone che si rivolgono alle Cucine Popolari sono aumentate e non diminuite. Altre mense cittadine, infatti, hanno fronteggiato l’emergenza servendo panini e la scelta del pasto ha orientato una cinquantina di persone in più verso le Cucine Popolari. Inoltre molte persone che vivevano per strada e si sfamavano attraverso i ristoranti, ora hanno perso punti di riferimento.

Al momento non ci sono problemi di approvvigionamento poiché, appena scattata l’emergenza, ristoranti ed altri servizi di ristorazione hanno donato alimenti in modo che nulla venisse sprecato. Una solidarietà nella solidarietà che dà una speranza nella situazione difficile, di cui ancora non si intravede la fine.

Le file, la consapevolezza, il rammarico

Anche il numero dei volontari che effettuano servizio è stato ridotto. “Per fare un esempio – spiega Mogantini – se alla cucina di via del Battiferro ogni giorno prestavano servizio 25 volontari, ora sono solo sei. Abbiamo ridotto le mansioni e cercato di limitare gli spostamenti delle persone”.
Attualmente le persone che usufruiscono del servizio si dispongono in fila, entrano una alla volta e ritirano velocemente il pasto. “Pensavamo che questa cosa non sarebbe stata capita – sottolinea l’inventore delle Cucine Popolari – mentre in realtà i nostri ospiti hanno dimostrato una consapevolezza che mi ha sorpreso”.

Ovviamente l’umore degli ospiti non è dei migliori. Le Cucine Popolari sono anche un luogo di socializzazione, dove le persone emarginate si sentono meno sole. “La tristezza si vede negli occhi – osserva Morgantini – Anche non avere contatto fisico, il non darsi una pacca sulla spalla, o il non potersi scambiare due parole hanno un impatto”. A gravare ulteriormente è l’incertezza su quando questa situazione finirà.
Il continuare a fornire un servizio, però, non lasciando sole le persone che già vivono ai margini, è un segno di resistenza e di speranza.

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