Negli occhi riappare il disastro del Ponte Morandi, ma questa volta senza conseguenze in termini di vite umane. È stata comunque una giornata di preoccupazione e sconcerto quella di ieri, domenica 24 novembre, che ha visto il crollo del viadotto Madonna del Monte sulla A6 a Savona e la voragine sull’A21 Torino-Piacenza. E se dopo ciò che è accaduto a Genova il 14 agosto 2018 tutti avevano detto “mai più”, la realtà si discosta dalle promesse, perché è successo ancora.
A Savona il viadotto dell’A6 è stato trascinato a valle da una frana, mentre sull’A21 tra Asti e Villanova il terreno ha ceduto, creando una voragine di dieci metri, a causa della pioggia incessante.

Crollo di ponti: i report edulcorati

Il 19 novembre scorso i giornalisti di Repubblica Giuseppe Filetto e Marco Lignana hanno pubblicato uno scoop secondo cui il rischio di crollo del Ponte Morandi era noto ad Atlantia fin dal 2014, ma fu ignorato. La procura di Genova nei giorni scorsi ha disposto accertamenti tecnici su cinque viadotti liguri dopo quanto emerso nell’inchiesta sui falsi report.

La società incaricata dei controlli finita nell’occhio del ciclone è la Spea, che fa parte dello stesso gruppo di Autostrade per l’Italia, a cui la stessa Autostrade ha revocato la delega lo scorso ottobre. Fino al 2012 il viadotto crollato ieri sull’A6 era di competenza della stessa Autostrade per l’Italia, quindi controllato dalla stessa Spea. Ora quel tratto è di competenza del gruppo Gavio, che ha controlli affidati ad una società interna, la Sina. Una delle cose da verificare, dunque, è proprio a chi spettavano i controlli.

Viadotti: i ritardi e le resistenze del pubblico

Tre giorni dopo il crollo del Ponte Morandi a Genova il ministero delle Infrastrutture, guidato da Danilo Toninelli, annunciò un “monitoraggio straordinario dello stato di manutenzione delle opere viarie e dighe“, che sarebbe dovuto durare al massimo quindici giorni. Il mese scorso, però, la ministra Paola De Micheli ha firmato un decreto che non pone alcun vero limite di tempo. Si tratta del DM n° 4 dell’8 ottobre con cui si stabilisce il funzionamento dell’Ainop (Archivio informatico nazionale delle opere pubbliche), previsto a fine settembre 2018 dal decreto Genova, il Dl 109/2018, e pensato per istituire un monitoraggio costante e generale. Ad essere bloccato non è solo l’Ainop, ma anche l’Ansfisa, l’Agenzia per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali ed autostradali.

La ricostruzione di queste difficoltà a far decollare i controlli sono state messe nero su bianco e ricostruite da Maurizio Caprino, giornalista del Sole24Ore in due articoli (che trovi qui e qui).
Ai nostri microfoni il giornalista ripercorre i problemi che riguardano tutto lo Stivale. “Solo sull’autostrada Adriatica fra il sud delle Marche e tutto l’Abruzzo ci sono una dozzina di viadotti sotto sequestro – racconta Caprino – L’unica grande opera è fare la manutenzione del territorio e delle opere che già ci sono, perché, al di là di quello che è successo ieri, il dato fondamentale è che alcune infrastrutture, per carenze sulla manutenzione, sono a servizio limitato”.

Il blocco della mobilità nel Paese, però, non è l’unico problema. “Svanita l’emozione della strage del Ponte Morandi sono riaffiorate quelle resistenze, sia da parte dei controllati che da parte di quella fetta dei controllori che tiene più ai propri interessi personali, compreso quello di non finire sotto inchiesta piuttosto che garantire quella sicurezza che per funzione pubblica dovrebbe appunto garantire, e siamo qui a discutere di una banca dati e di un’agenzia che non partono e che vengono via via affievolite”.

Il rischio idrogeologico e le risorse che non vengono spese

In un articolo sul Messaggero il presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, Francesco Peduto, ha spiegato che l’80% delle frane nel continente europeo avvengono in Italia. In particolare, secondo i dati di Ispra, su 800mila frane in Europa, 630mila sono avvenute nel nostro Paese.
Solo per le alluvioni dell’anno scorso sono sono stati oltre seimila gli interventi in tutta Italia effettuati per la messa in sicurezza dei territori colpiti. La spesa è stata di circa un miliardo di euro, lo 0,06 per cento del Pil. A conteggiarlo è il bilancio fino a settembre del piano “ProteggiItalia“, avviato a febbraio contro il dissesto idrogeologico e illustrato dal governo nel Documento programmatico di Bilancio inviato a Bruxelles.

Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha affermato che sono stati ridotti i tempi per l’erogazione dei fondi e in sei mesi se ne sono erogati 700 milioni.
Complessivamente il precedente governo aveva chiesto per il 2019 flessibilità per 3,2 miliardi da destinare al dissesto per circa 2 miliardi e il resto, circa 1 miliardo, per la messa in sicurezza di strade, ponti e viadotti, dopo il crollo del Ponte Morandi di Genova. Ma in Liguria, uno dei territori più colpiti, sono arrivati solo 41 milioni dei 275 a disposizione e questo perché mancano i progetti cantierabili.
Anche la Corte dei Conti, lo scorso il 31 ottobre 2019, ha pubblicato i risultati di un’indagine sul Fondo progettazione contro il dissesto 2016-2018, segnalando che le risorse effettivamente erogate alle Regioni dal 2017 alla fine del 2018 rappresentano solo il 19,9% dei 100 milioni di euro in dotazione al fondo in questione.

ASCOLTA L’INTERVISTA A MAURIZIO CAPRINO: