Potrebbe forse essere l’autopsia a fare chiarezza sulle cause della morte di un migrante avvenuta sabato scorso nel Cpr (Centro per i rimpatri) di Gradisca d’Isonzo. Un nuovo decesso all’interno di una delle strutture di detenzione amministrativa reintrodotte dalla legge Minniti-Orlando e i cui tempi di detenzione sono stati allungati dalla legge Salvini, dopo quello della settimana scorsa.
Sulla morte del 37enne georgiano di sabato scorso, però, ci sono versioni contrastanti. Quella delle forze dell’ordine parla di una rissa interna, mentre le testimonianze di altri reclusi all’interno della struttura, raccolte dalla rete No Cpr-No Frontiere, parlano di un pestaggio da parte di agenti di polizia.

Cpr: la versione dei reclusi

Nei Cpr sparsi per l’Italia si moltiplicano in questi mesi le proteste e le rivolte, causate dalle precarie condizioni di vita all’interno e anche dal mancato rispetto del diritto alla difesa.
In questo contesto, il giovane georgiano avrebbe rifiutato di farsi rinchiudere in cella e, nella rabbia del momento, si sarebbe fatto male con una sbarra di ferro. Trasportato in infermeria, sarebbe poi stato ricondotto in cella dove, dopo aver dormito, si sarebbe svegliato accusando dolori e chiedendo di essere portato in ospedale. Rimasto inascoltato, avrebbe cominciato a gridare e a quel punto, sempre secondo le testimonianze raccolte da No Cpr, sarebbero intervenuti otto agenti di polizia che lo avrebbero pestato e bloccato con i piedi sul collo e sulla schiena.
Poco dopo il migrante è morto.

Sulla vicenda la Procura di Gorizia ha aperto un fascicolo con l’ipotesi di reato di omicidio volontario contro ignoti e ha disposto l’autopsia. Ieri il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, ha fatto visita al Cpr. Al termine dell’ispezione Palma non si è sbilanciato ed ha invitato i giornalisti a dare tempo alle indagini. “Le condizioni interne possono essere state determinanti di alcuni comportamenti, come le rivolte – ha aggiunto però il garante – Rispetto al problema politico più in generale, ovvero all’utilità che questi centri rappresentano, è necessario a livello di legislazione nazionale. A noi interessa che secondo la legislazione esistente tutte le persone abbiano tutelati i loro diritti come persone e secondo quanto sancito dalla costituzione”.

I presidi di solidarietà

La notizia della morte del migrante ha portato ad indire diversi presidi in diversi parti d’Italia, tra cui anche a Bologna. Nella nostra città, infatti, oggi pomeriggio alle 18.30 in piazza di Porta Ravegnana si terrà una manifestazione promossa dallo spazio di documentazione “Il Tribolo” e da altre realtà del mondo anarchico.
“La ministra Lamorgese – si legge nel volantino – in piena continuità con i governi precedenti annuncia l’apertura di nuovi Cpr, uno di essi potrebbe aprire a Modena, a due passi di qui. Sappiamo cosa accade in simili lager di Stato, non possiamo accettare che luoghi simili proliferino nuovamente nei nostri territori”.

I Cpr, infatti, stanno man mano riaprendo. Eredi dei Cie (Centri di Identificazione ed Espulsione), contro cui ci furono battaglie durate anni proprio a causa delle condizioni in cui venivano costretti a vivere i migranti e alla detenzione per motivi amministrativi cui venivano sottoposti, i Cpr hanno un nome diverso, ma la stessa identica funzione.
“A dicembre ha riaperto il Cpr di Gradisca – osserva ai nostri microfoni un’attivista – mentre l’estate scorsa ha riaperto la sezione maschile del Cpr di Roma, ieri ha riaperto il Cpr di Macomer in Sardegna ed è stata annunciata la riapertura del Cpr di via Corelli a Milano. Le politiche di Lamorgese sono in continuità con quelle dei governi precedenti”.

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