I Centri per i Rimpatri (Cpr), le strutture di detenzione amministrativa introdotte dalla legge Minniti-Orlando a sostituzione nominale dei Cie (ex Cpt), stanno registrando una situazione esplosiva in tutta Italia. Frequenti sono le rivolte per le condizioni in cui i migranti sprovvisti di titolo di soggiorno sono costretti a vivere, fatte di carenza di assistenza sanitaria e violazione dei diritti alla difesa. Allo stesso modo sono frequenti i tentativi di fuga, mentre il caso più grave si è registrato a Caltanissetta, dove un migrante recluso ha perso la vita. Si tratta di un ragazzo di 34 anni che si trovava all’interno del Cpr di Pian del Lago e che, secondo la polizia, è morto per non meglio specificate “cause naturali”, mentre secondo le testimonianze raccolte dalla campagna LasciateCIEntrare, l’uomo stava male e non avrebbe ricevuto adeguate cure mediche.

I sintomi del disagio che si vive all’interno di queste strutture detentive, però, sono anche altri. La morte del ragazzo, infatti, ha immediatamente scatenato la protesta, con materassi dati alle fiamme da alcuni compagni di detenzione.
Ma giusto ieri otto persone recluse nel Cpr di Gradisca d’Isonzo sono riuscite a fuggire utilizzando degli idranti per salire sul muro di cinta e facendo un salto di circa quattro metri. Tre sono stati intercettati, mentre cinque hanno trovato la libertà.
A Torino, sempre ieri, si è registrata una ennesima rivolta nel carcere per migranti di Corso Brunelleschi.

Cpr: le concause della tensione

A raccontare ai nostri microfoni le ragioni che hanno fatto manifestare un così alto livello di disagio all’interno dei Cpr è Fulvio Vassallo Paleologo, docente di Diritto dell’Immigrazione all’Università di Palermo e presidente di Adif (Associazione Diritti e Frontiere).
Una delle ragioni individuata dal docente è il divieto alle organizzazioni indipendenti di entrare nelle strutture per verificare le condizioni di vita delle persone recluse in detenzione amministrativa, una vigilanza proibita dal Ministero degli Interni attraverso i suoi organi locali, questure e prefetture.

Divieti simili erano già stati attuati nelle strutture precedenti, cpt e cie, ma ad aggravare la situazione ci ha pensato il primo decreto sicurezza, la legge Salvini del 2018. “Quella legge ha prodotto una commistione tra le persone recluse – spiega Vassallo Paleologo – dal momento che ad essere reclusi in attesa di espulsione troviamo richiedenti asilo, migranti economici e migranti provenienti dal circuito carcerario, cui spesso viene negato il diritto alla difesa e vengono reclusi per essere rimpatriati prima della sentenza definitiva”.

La legge Salvini ha portato anche ad un aumento esponenziale della clandestinità, dal momento che l’abolizione della protezione umanitaria ha prodotto un numero maggiore di migranti irregolari.
Ad accendere ulteriormente gli animi ci pensano sia l’aumento dei tempi di detenzione, passati da 3 a 6 mesi, sia i continui trasferimenti fra strutture cui le persone sono sottoposte.
A fronte di questa sistematica violazione di Stato dei basilari diritti umani, l’efficacia di queste strutture rispetto all’obiettivo per il quale sono nate, il rimpatrio degli irregolari, è piuttosto scarsa. Le espulsioni operate si aggirano sulle 3-4mila, perché spesso non è possibile trovare un accordo, necessario all’esecuzione dell’espulsione, con i Paesi di destinazione.

Le possibili soluzioni

La soluzione più efficace sarebbe chiudere questa ennesima versione dei centri di detenzione amministrativa, ma difficilmente la politica si assumerebbe la responsabilità di una misura del genere, dal momento che la retorica xenofoba è ancora forte in Italia.
“Bisognerebbe dare la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno a chi trova lavoro – osserva il docente universitario – ma anche reintrodurre la protezione umanitaria ed eliminare la detenzione amministrativa per chi ha procedure di richiesta d’asilo in corso“.
Al tempo stesso, occorrerebbe una maggiore vigilanza democratica da parte di organizzazioni terze, ma anche del garante nazionale delle persone private della libertà personale, sull’effettivo rispetto dei diritti alla salute e alla difesa.

ASCOLTA L’INTERVISTA A FULVIO VASSALLO PALEOLOGO: