Nel 1926 Carter Woodson storico proveniente dalla Virginia, stato di punta della Confederazione durante la Guerra di secessione e poi duramente segregazionista, decise di istituire la Negro History Week, una settimana che doveva essere dedicata alla scoperta e alla diffusione della storia della popolazione afroamericana, allora definita negroes, all’interno delle università. Woodson che proveniva da una famiglia di contadini schiavi e che con una forte determinazione era riuscito a concludere gli studi universitari e addirittura ad addottorarsi (fu il secondo dottore di ricerca afroamericano dopo W.E. Dubois, autore de La linea del colore), si era reso conto di quanto la storiografia statunitense colpevolmente ignorasse la presenza e il ruolo dei neri nella storia del paese. Una mancanza di memoria che non riguardava solo gli studenti bianchi ma anche quelli neri, che si abituavano a studiare su libri in cui gli eventi chiave del passato degli Stati Uniti venivano visti esclusivamente dal punto di vista dei bianchi.

Black History Month: la nascita della ricorrenza

Come giornata venne battezzata il 12 febbraio, data di nascita di Abrahm Lincoln, il presidente che diede il via istituzionale all’emancipazione degli schiavi, ma anche di Frederick Douglass, il grande abolizionista che aveva diffuso la conoscenza della vita nelle piantagioni con la sua autobiografia A Narrative of the Life of Frederick Douglass, an American Slave, oggi uno dei classici della letteratura statunitense.
Quella settimana divenne presto un mese, il Black History Month, e si allargò dagli Stati uniti al Canada fino alla Gran Bretagna, diventando un’occasione di studio ma anche di presa di coscienza politica: la conoscenza della propria storia fu uno strumento di presa di consapevolezza per generazioni di militanti dei diritti civili e del Black Power negli anni Sessanta e oggi dei tanti che continuano a lottare per una piena uguaglianza all’interno del paese a stelle e strisce.
Negli ultimi anni anche altri paesi europei, fra cui l’Italia, hanno iniziato ad inserire questa data all’interno del proprio calendario civile perché la storia non può essere mai solo bianca. Chiaramente gli studi sulla nostra storia non sono dello stesso livello e della stessa complessità come quelli di Stati uniti, Gra Bretagna e Francia che hanno avuto un rapporto duraturo e complesso con la schiavitù e con le popolazioni provenienti dalle colonie. Questo non vuol dire che anche l’Italia non possa fare questo tipo di ricerche nel proprio passato, anzi: è un’occasione per approfondire il nostro passato in cui la condizione di schiavo ha avuto una lunga persistenza e soprattutto la memoria del nostro colonialismo.

La “storia nera italiana”

Se nello speciale abbiamo parlato molto di Stati Uniti, qui vi segnaliamo quelli che sono i primi punti di quella che potrebbe essere una “storia nera italiana”: le ricerche di Giulia Bonazza sullo schiavismo e l’abolizionismo in Italia – aspettiamo la traduzione del suo libro Abolitionism and the persistence of slavery in Italian States (1750-1850) – ; i romanzi e le riflessioni di Igiaba Scego sul passato coloniale italiano e la nostrana linea del colore; le ricerche sulla diffusione dei miti della razza e dell’impero nella scuola di Gianluca Gabrielli, autore di Educati alla guerra. Nazionalizzazione e militarizzazione dell’infanzia nella prima metà del Novecento (Ombre corte, 2016); gli spettacoli dell’attore bolognese Alessandro Berti nel progetto Bugie Bianche, in particolare l’ultimo Negri senza memoria, dedicato al rapporto fra italoamericani e afroamericani.

La puntata di Vanloon del 29 febbraio sarà ugualmente dedicata al Black History Month con uno speciale de La storia in musica dedicato agli Algiers.

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