In questi concitati giorni di infinite discussioni, con basi più o meno scientifiche, sulla velocità di diffusione del Covid-19, sulle precauzioni da rispettare e di spasmodica ricerca di mascherine, c’è chi non dimentica il potenziale costo sociale delle ordinanze di contrasto del coronavirus. Secondo Adl Cobas Emilia Romagna – che ha indetto per domani alle ore 10.00 un presidio al palazzo della Regione – infatti, sarebbero migliaia, soprattutto tra le fasce più deboli della società, le persone che, oltre a doversi preoccupare della propria salute e di quella dei propri cari, devono trovare il modo di arrivare a fine mese, pesantemente colpiti dalle politiche emergenziali attuate in questi giorni.

Coronavirus: il presidio di Adl Cobas

Adl Cobas raccoglie l’appello di categorie in difficoltà, in primo luogo educatori ed educatrici, che siano precari, lavoratori a tempo indeterminato o delle cooperative, che non possono recarsi a lavoro in quanto gli edifici scolastici di ogni ordine e grado sono chiusi almeno per un’altra settimana, e che non verranno quindi retribuiti per questo periodo di forzata inattività.
Un’altra categoria fortemente colpita è quella dei lavoratori del mondo dello spettacolo, con la più varia forma contrattuale e mansione, che, a seguito dell’annullamento di tutti gli eventi culturali della regione, si trovano in migliaia senza un reddito.

Inoltre, una fascia attualmente non tutelata è quella di tutte le partite iva, così come delle piccole imprese, che non possono usufruire degli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione laddove abbiano meno di cinque dipendenti.
L’elenco inevitabilmente si allunga, comprendendo lavoratori e lavoratrici del turismo, studenti e studentesse condizionati all’ottenimento della borsa di studio, persone senza fissa dimora, richiedenti asilo usciti dal circuito dell’accoglienza, ossia le categorie sociali che pagano il prezzo più alto dell’attuale situazione di (ulteriore) precarietà.
Inevitabile la menzione della peculiare condizione delle donne, ancora una volta tra le fasce più colpite dall’“emergenza sanitaria”, in quanto maggiormente impiegate nel lavoro di cura, generalmente non retribuito, che vede in questo periodo un ovvio sovraccarico di lavoro dovuto alla chiusura delle scuole, o alla necessità di occuparsi dei propri parenti malati o “a rischio”.

“Il diritto alla salute è un bene fondamentale, da garantire indistintamente con serietà, competenza e attraverso precauzioni adeguate. Quel che è certo è che questo tipo di gestione della crisi sanitaria non colpisce tutte e tutti allo stesso modo, acuendo ancora di più le diseguaglianze sociali”, si legge nel comunicato di Adl Cobas. “Vogliamo quindi una gestione coerente e giusta: vogliamo che sia adeguatamente garantito il diritto alla salute per tutti, ma che allo stesso tempo siano assicurate a tutti i lavoratori le dovute garanzie reddituali”.

Le richieste avanzate ai nostri microfoni da Cecilia Muraro, coordinatrice del sindacato di base, sono volte a conciliare salute e reddito, requisiti essenziali di una vita dignitosa. Si chiede il riconoscimento del “reddito di quarantena“, per garantire continuità salariale anche per chi è costretto allo stop dell’attività, e la sospensione del pagamento dell’iva per lavoratori a partita iva e piccole e medie imprese. “Chiediamo l’attivazione di ammortizzatori sociali, tipo cassa integrazione e fondo d’integrazione salariale (Fis): servizi già esistenti, ma che dovrebbero essere entrambi portati a un reddito più alto – ribadisce Muraro – È necessario inoltre l’impregno da parte della Regione per riuscire a trovare i fondi per sostenere i lavoratori autonomi e le cooperative”.

Sempre la coordinatrice del sindacato evidenzia la contraddizione insita nella decisione di imporre l’annullamento di ogni evento culturale, mentre vengono tenuti aperti senza sosta altri luoghi di “assembramento”, dai centri commerciali ai grandi magazzini della logistica. In un momento così particolare, che vede un aumento esponenziale della richiesta nel settore della logistica e quindi un incremento delle attività, la scelta di permettere l’apertura di grandi magazzini con centinaia di lavoratori al loro interno sembra infatti una “decisione presa con leggerezza”.

Un presidio “a distanza di sicurezza”

L’appello è quindi per domani martedì 3 marzo, alle ore 10, con un presidio al palazzo della Regione – durante il quale, “rassicura” Muraro, verranno rigidamente rispettate le misure di distanza di sicurezza imposte.
“Invito tutti e tutte a venire domani mattina per sostenere le categorie più colpite, anche perchè alla fine questa situazione riguarda tutti – conclude Muraro – Andiamo alla Regione a richiedere di essere ascoltati, a parlare di salario garantito a tutti quanti. Ora che la situazione sanitaria pare essersi stabilizzata, si chiede una soluzione per tutti i cittadini e cittadine, lavoratori e lavoratrici, dell’Emilia Romagna”.

Teresa Fallavollita

ASCOLTA L’INTERVISTA A CECILIA MURARO: