Di fronte all’aumento, ora dopo ora, del numero delle persone contagiate, ma soprattutto di fronte alle catastrofiche narrazioni che imperversano tutto intorno, occupando le prime pagine di tutti i giornali, programmi televisivi, argomento che monopolizza anche le più classiche “chiacchiere da bar”, è necessario fermarsi un secondo a fare il punto della situazione.
Ci troviamo realmente di fronte all’avvento di una nuova “epidemia del XXI secolo”, come qualche predicatore urla da alcuni titoli di giornale, o dobbiamo invece fare i conti anche con il dilagare di una crisi di isteria collettiva, che tende a dipingere con toni a momenti apocalittici l’arrivo del coronavirus in Italia?

Coronavirus, influenza o peggio?

Ai nostri microfoni, l’epidemiologo Davide Gori, ricercatore presso il dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie dell’Università di Bologna, sottolinea la necessità di mantenere la calma in una situazione come quella attuale: tutto infatti è ancora oggetto di studio, i dati non dicono nulla di definitivo, e per questo motivo visioni troppo pessimistiche, così come quelle eccessivamente ottimistiche, non hanno senso di esistere.

Ciò che pare certo, anche sulla base dei risultati dello studio finora più dettagliato condotto in Cina, è il fatto che le fasce più a rischio sono quelle delle persone anziane e/o già deboli (età >65 o persone che hanno già altre patologie).
“Anche in Italia – analizza Gori – le persone che sono andate incontro ad esiti molto gravi, talvolta mortali, appartengono a queste fasce e hanno queste caratteristiche”.

Coronavirus, il linguaggio è importante

È quindi fondamentale soffermarsi su un problema di natura semantica, ossia sulla cruciale differenza tra “morire di coronavirus” e “morire con il coronavirus”. Secondo il ricercatore, infatti, “è importante sottolineare che la positività al coronavirus, a differenza di come generalmente si pensa, non rappresenta una ‘condanna a morte’, ma si limita ad evidenziare la presenza del virus”.
La dimostrazione di ciò è il fatto che il virus nella maggior parte dei casi di decesso non rappresenta la causa di morte. Anche dagli studi condotti dall’Oms risulta che in più del 90% dei casi l’infezione è transiente, ossia si va a concludere nel giro di qualche giorno, rivelandosi quindi una sindrome simil-influenzale.

Spiega Gori che “anche nel caso delle vittime italiane del virus, queste sono morte con la positività al coronavirus, ma non sono morte per una causa principale che era ascrivibile solo al coronavirus: si può quindi sostenere che il virus abbia rappresentato semmai un concausa, ossia potrebbe aver in parte aggravato un quadro clinico che aveva già, però, le sue criticità”.

Rilevazione e diffusione sono due cose diverse

Un altro nodo semantico su cui è necessario riflettere, è quello legato all’uso di termini e immagini come “diffusione”. In particolare nelle ultime ore, si sta amplificando la notizia che vedrebbe l’Italia come il terzo paese al mondo per “diffusione” del virus. Ebbene, Davide Gori ripete che non si può sapere se realmente l’Italia detenga questo “record in negativo”. “Si può piuttosto sostenere che siamo il terzo paese al mondo per quanto riguarda la rilevazione e l’identificazione dei casi – sottolinea l’epidemiologo – Questo aumento è stato dettato dalle procedure attuate dallo stato per la rilevazione del coronavirus tramite i tamponi, necessariamente seguite dalla registrazione di un aumento dei casi di positività (maggiori sono i casi presi in esame, maggiori saranno le probabilità che il numero di contagiati registrati cresca)”. Bisogna però tener presente che questi dati non sono indicativi della reale diffusione né, a maggior ragione, possono essere utilizzati per comparare la situazione con altri paesi.

L’epidemiologo sottolinea, per concludere, la necessità di mantenere la calma e di seguire costantemente le norme igieniche prescritte dal decalogo dell’Istituto Superiore della Sanità, che – tra parentesi – dovrebbero essere le linee guida del nostro comportamento quotidiano, tra le quali quella di lavarsi frequentemente le mani (l’Amuchina, infatti, ha efficacia nel caso in cui venga applicata su mani già precedentemente lavate con acqua e sapone).

Teresa Fallavollita

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