La diffusione dell’emergenza coronavirus non riguarda solo la salute, ma ha anche un profondo impatto non solo sui mercati finanziari, ma anche sulle relazioni commerciali.
Il timore di una trasmissione del virus tramite scambi commerciali, infatti, porta a nuove limitazioni nei trasporti e nei commerci, esportando così il clima recessivo che già aleggiava in altri ambiti, anche in quello del commercio reale, con un netto arresto delle esportazioni di prodotti agroalimentari Made in Italy in Cina. Proprio questo settore aveva toccato, appena l’anno passato, il record storico di 460 milioni di euro nel solo 2019.

L’attuale minaccia che arriva dalla Cina rappresenta solo l’ultima in ordine temporale di una serie di decisioni politiche ed economiche che rappresentano dei gravi ostacoli per il settore economico nazionale, soprattutto in termini di import ed export. Infatti, come ribadisce ai nostri microfoni Valentina Borghi, presidentessa di Coldiretti Bologna, “in questa fase storica il cibo ricopre un ruolo sempre più strategico nelle relazioni internazionali, come i dazi statunitensi imposti da Trump e le conseguenze commerciali dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea possono dimostrare”.

Coronavirus: solo l’ultimo dei problemi dell’agroalimentare

Sono pronti a scattare, infatti, nuovi dazi statunitensi su alcuni prodotti base della dieta mediterranea, in seguito alla conclusione il 13 gennaio della procedura di consultazione avviata dal Dipartimento del Commercio (USTR) sulla nuova lista allargata dei prodotti europei da colpire.
Tra i prodotti in questione, anche vino, olio e pasta Made in Italy, oltre ad alcuni tipi di biscotti e caffè esportati negli Stati Uniti per un valore complessivo di circa 3 miliardi. Decisioni, queste, prese dal presidente Trump nell’ambito della disputa nel settore aereonautico che coinvolge l’americana Boeing e l’europea Airbus, dopo che il Wto ha autorizzato gli Stati Uniti ad applicare un limite massimo di 7,5 miliardi di dollari alle sanzioni all’Europa.

Secondo il rapporto della Coldiretti del 10 gennaio, “la nuova black list Trump minaccia di aumentare i dazi fino al 100% in valore, a quasi tre mesi dall’entrata in vigore il 18 ottobre 2019 dei dazi aggiuntivi del 25% che hanno colpito per un valore di mezzo miliardo di euro prodotti italiani come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello”.
“Al momento – riferisce Valentina Borghi – i dati non ci parlano di una flessione in seguito ai dazi, ma questo è legato al fatto che c’è stata una corsa per fare scorta, riempire i magazzini prima dell’effettivo aumento dei prezzi”.

Tra i fattori che maggiormente colpiscono il settore agroalimentare ci sono sicuramente i cambiamenti climatici, con tutto ciò che essi comportano – ad esempio, i recenti inverni particolarmente caldi hanno fatto sì che la cimice asiatica sia diventata un fortissimo problema endemico.
Ulteriore componente da tenere in conto è l’alone di incertezza che ancora aleggia intorno all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, con tutte le implicazioni anche in ambito economico.

Coronavirus: l’impatto sull’export emiliano romagnolo

Relativamente alle conseguenze pratiche del timore di un contagio e del conseguente tentativo di limitare la diffusione del virus, secondo la Coldiretti è il settore dei trasporti tra i più colpiti, innescando in tal modo reazioni a catena che impattano sugli scambi commerciali.
In particolare, tra le regioni più colpite da questo parziale congelamento dei mercati risulta l’Emilia-Romagna, che con il suo primato nel settore agroalimentare detiene l’11% del Made in Italy a livello nazionale (nel 2019, il Made in Emilia-Romagna ammontava a 50 milioni di euro).

Per Borghi, ancora più grave appare il bilancio se si considera che il 2019 ha segnato il record storico delle esportazioni, raggiungendo un valore stimato di 460 milioni di euro, con un aumento del 5% dovuto anche a cambiamenti culturali e sociali all’interno della stessa Cina, come la progressiva apertura a stili di vita occidentali (ad esempio, consumare cibo fuori casa).

Inoltre, a queste immediate conseguenze si devono aggiungere gli effetti “indiretti”, frutto della stretta interconnessione tra diversi settori, in primo luogo tra mercato finanziario, dei metalli preziosi, fino alle materie prime agricole. Ad esempio, Coldiretti si mostra preoccupata di fronte alla riduzione della domanda di soia da parte della Cina, “normalmente” la più grande consumatrice mondiale del prodotto, utilizzato per l’alimentazione degli animali. Questa brusca frenata dei traffici di soia, infatti, accompagnata da un netto calo dei prezzi, ha ripercussioni anche sulla nostra economia nazionale in quanto l’Italia, nonostante sia il maggiore produttore europeo, importa notevoli quantità di soia.

Borghi conclude con uno sguardo al futuro. “È già in atto e ci aspetta una trasformazione irreversibile, di portata epocale – cambiamenti climatici, dazi e politiche di protezionismo interno – ma la chiarezza, la trasparenza e la qualità del Made in Italy possono far fronte a queste sfide, se affiancati dalla capacità delle istituzioni, dell’agricoltura e delle associazioni di non disintermediare, di fare attività di lobby importante in Europa e Italia: lavorare giornare giorno dopo giorno per stare sempre al passo con il cambiamento”.

Teresa Fallavollita

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