Sui posti di lavoro le donne si ammalano di più. I dati al 31 dicembre dell’Inail fotografano una realtà dove il 70% dei contagi covid sul lavoro riguardano le donne. Un dato che aumenta se si guarda alle persone senza cittadinanza (8 su 10 sono donne). Non è il covid ad essere sessista, ma la società in cui viviamo. Ad ammalarsi di più è chi svolge le professioni “essenziali” meno qualificate, dalla sanità alle pulizie. Ne abbiamo parlato con l’avvocata del lavoro Clelia Alleri.

Il covid nei posti di lavoro: 7 contagi su 10 riguardano le donne

Che nel contesto pandemico le dinamiche di oppressione strutturali non fossero scomparse non è una novità. Eppure nella narrazione dell’emergenza molto spesso queste tematiche scompaiono dall’orizzonte narrativo, dando vita all’illusione del Covid che “ci rende tutti uguali”. Lo dice bene Non Una Di Meno nel lanciare lo sciopero dell’8 marzo: «Dobbiamo creare l’occasione per dare voce a chi sta vivendo sulla propria pelle i violentissimi effetti sociali della pandemia, e per affermare il nostro programma di lotta contro piani di ricostruzione che confermano l’organizzazione patriarcale della società contro la quale da anni stiamo combattendo insieme in tutto il mondo».

Il dato sui licenziamenti di dicembre mostrava chiaramente l’impatto della congiunzione tra patriarcato e pandemia sul mondo del lavoro: le donne che hanno perso il lavoro sono state 99mila su un totale di 101mila posti in meno. Un dato che è l’effetto della maggiore precarietà che colpisce le donne, ma anche e soprattutto del carico di lavoro di cura non retribuito, aumentato in pandemia a causa della chiusura prolungata delle scuole. Ora il dato sui contagi mostra che le donne che continuano a lavorare hanno una probabilità molto più alta di ammalarsi.

Anche nell’ambito dei contagi si torna a parlare di lavori di cura. Infatti, ad ammalarsi sono principalmente quelle persone che svolgono lavori di cura retribuiti, dalle infermiere e il personale sanitario alle lavoratrici impegnate nella sanificazione e nelle pulizie. «Sostanzialmente – spiega l’avvocata del lavoro Clelia Alleri – dallo studio Inail si evince che le donne si sono ammalate più degli uomini. Il settore più colpito ovviamente è il settore della sanità, e nel settore della sanità la fascia più colpita è quella che riguarda le infermiere, gli OSS e il personale non qualificato. Da questo possiamo ricavarne che come al solito a pagare sono le lavoratrici che svolgono attività meno qualificate, e che storicamente quelle attività meno qualificate sono occupate da donne evidentemente». I dati sui contagi, dunque, non fanno altro che riflettere la suddivisione del lavoro, dove il lavoro di cura è storicamente “femminilizzato” (quando non è altamente qualificato, infatti i dati suə medicə mostrano una tendenza opposta) e svolto prevalentemente da donne. Insomma, a svolgere i lavori “essenziali” sono soprattutto le donne, che oltre a trovarsi costrette a fare i conti con l’intensificarsi del lavoro non retribuito svolto dietro le mura domestiche, sono esposte al contagio.

La linea del genere dei contagi sul lavoro diventa ancora più netta quando si guardano i dati sulle persone senza cittadinanza (che costituiscono il 14,3% sul totale dei contagi). In questo caso, le donne costituiscono l’80% delle persone contagiate.

Anna Uras

ASCOLTA L’INTERVISTA A CLELIA ALLERI:

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