La Palestina è nuovamente in fiamme a causa dell’aggressione sionista decisa dal governo di Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano ha abilmente sfruttato le provocazioni e le violenze dei coloni dell’estrema destra nei confronti dei palestinesi per scatenare la reazione di Hamas. Da oltre un mese, infatti, le spedizioni punitive anti-arabe dei coloni e i tentativi di espulsione dei palestinesi dalle loro case, soprattutto a Sheikh Jarrah, non hanno trovato alcun ostacolo da parte delle forze dell’ordine di Tel Aviv ed è possibile immaginare che questa sia stata una scelta calcolata per un epilogo scontato: l’attacco e i bombardamenti con il pretesto dei razzi sparati da Hamas, in quella che i media italiani definiscono impropriamente “guerra” o, peggio ancora, “diritto di difendersi”.

Se i media trattano in modo incompleto, distorto e scorretto quello che sta accadendo, è altrettanto interessante osservare come si sta esprimendo l’opinione pubblica. Se tralasciamo le posizioni più smaccatamente orientate, sia in senso filo-israeliano che in quello filo-palestinese, è possibile constatare che nell’immaginario comune, quello meno politicizzato, il conflitto israelo-palestinese sia vissuto come un problema di vecchia data, molto complesso e di difficile soluzione. Tutte affermazioni inconfutabili, che però scontano una grandissima mancanza: la consapevolezza che l’origine del problema non sia la guerra di religione o una presunta indole bellicosa delle parti in causa, ma il risultato del colonialismo europeo.

Conflitto israelo-palestinese, le origini del problema

Il conflitto israelo-palestinese non comincia nel 1947 con la risoluzione Onu 181 che ha istituito un piano di partizione della Palestina. Quello è stato sicuramente un momento saliente, ma la causa primigenia risale a quasi tre decenni prima.
L’origine del conflitto israelo-palestinese, infatti, ha un nome, una data e un luogo: Europa (in particolare Gran Bretagna e Francia, ma non solo), 19-26 aprile 1920, Sanremo. È curioso immaginare che tutto nasca nel luogo che oggi associamo al festival della canzone italiana, eppure è così. A Sanremo, nell’aprile del 1920, cioè più di un secolo fa, si svolse un’importante conferenza con cui gli Stati dell’Europa occidentale inventarono quello che oggi chiamiamo Medio Oriente, ma soprattutto se ne spartirono il controllo, tradendo le promesse fatte ad arabi ed ebrei durante la Prima Guerra Mondiale.

Di questo tema ce ne eravamo occupati già l’anno scorso, in occasione del centesimo anniversario di quell’avvenimento. Un ciclo di trasmissioni radiofoniche (che trovate qui) del progetto “Voci” di Istituto Parri e Teatro del Pratello approfondì la tematica, fornendo preziosi strumenti anche per interpretare il presente.
Alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni, dunque, è utile riproporre questo lavoro per inquadrare in modo corretto i problemi e comprenderne a pieno le cause.

La Prima Guerra Mondiale sancì la fine degli imperi nel continente europeo e in quello che allora veniva definito Vicino Oriente. A cadere fu anche l’Impero Ottomano, che per secoli aveva gestito una vasta fetta di mondo. Per arrivare a questo risultato, la Gran Bretagna si avvalse sia del supporto degli arabi, attraverso battaglie interne al territorio dell’impero, che del supporto degli ebrei.
In particolare, il Regno Unito si avvalse della collaborazione dello sceicco de La Mecca, capo dei nazionalisti arabi, per condurre una guerra interna all’Impero Ottomano attraverso un esercito irregolare, guidato dal figlio Faysal. Il referente britannico di quest’ultimo era il colonnello Thomas Edward Lawrence, diventato famoso come Lawrence d’Arabia.

Agli arabi, in cambio della demolizione dell’Impero Ottomano, i britannici promisero lo Stato che agognavano da tempo. Parallelamente, però, il Regno Unito stava promettendo la stessa cosa all’Organizzazione Sionista Mondiale (in inglese Wzo). Già dal primo congresso di Basilea del 1897, l’organizzazione meditava di costruire una propria nazione in Palestina, dove era presente una minoranza ebrea, con un esercito clandestino, e verso cui era in corso una migrazione. È del 2 novembre 1917 la Dichiarazione di Balfour. Si tratta di una lettera, scritta dall’allora ministro degli esteri inglese Arthur Balfour a Lord Rothschild, principale rappresentante della comunità ebraica inglese e referente del movimento sionista, con cui il governo britannico affermava di guardare con favore alla creazione di una «dimora nazionale per il popolo ebraico» in Palestina, nel rispetto dei diritti civili e religiosi delle altre minoranze religiose residenti.

In sintesi, pur di vincere la guerra la Gran Bretagna prometteva un proprio Stato sia agli arabi che agli ebrei. Un’ipotesi che avrebbe potuto reggere, almeno da quanto emerge dall’accordo Faysal-Weizmann del 9 gennaio 1919, con il quale ebrei ed arabi si impegnavano alla cooperazione e al reciproco rispetto sotto il profilo della libertà di culto, dei diritti civili e politici degli abitanti della Palestina. In particolare, l’accordo impegnava entrambe le parti a lavorare assieme e incoraggiare l’immigrazione degli ebrei in Palestina su vasta scala, proteggendo al tempo stesso i diritti dei contadini e dei proprietari terrieri arabi, e per salvaguardare la libertà di pratica delle convinzioni religiose. I luoghi santi musulmani sarebbero stati sotto controllo musulmano. Il movimento sionista si assunse l’incarico di assistere i residenti arabi della Palestina e il futuro Stato arabo a sviluppare le proprie risorse naturali e stabilire una fiorente economia. Gli arabi avrebbero pertanto accettato la Dichiarazione di Balfour e le dispute sarebbero state sottoposte al governo britannico per eventuali arbitraggi.

Il tradimento delle promesse: la Conferenza di Sanremo

Fu proprio la Conferenza di Sanremo dell’aprile 1920 a sancire il tradimento delle promesse fatte dagli occidentali ad arabi ed ebrei. L’appetito per una nuova forma energetica – il petrolio – che era stata scoperta pochi anni prima in Persia, convinse Gran Bretagna e Francia a disattendere le promesse fatte e a spartirsi quello che cominciò ad essere chiamato Medio Oriente.
In particolare, Iraq e Palestina (compresa la Giordania) finirono sotto il controllo britannico, mentre Siria, Libano e la parte meridionale dell’attuale Turchia sotto il controllo francese.
Le due potenze coloniali adottarono strategie diverse, ma con il medesimo obiettivo. La Francia occupò direttamente quei territori, mentre la Gran Bretagna preferì mettere re o governanti della regione e governare attraverso di loro.
Entrambe le potenze, però, non si fecero scrupoli a reprimere qualsiasi rivolta od opposizione al loro regno attraverso la violenza e l’uso di armi vietate dalle convenzioni internazionali.

Nel 1921 a Faysal la Gran Bretagna concesse di regnare in Iraq, un territorio che non conosceva. Nello stesso anno, per rassicurare gli arabi, il Regno Unito fece in modo che venisse nominato come Gran Muftì di Gerusalemme Amin al-Husseini, che era chiaramente antisemita. Da quel momento cominciò un conflitto, prima tra l’insediamento ebraico in Palestina e gli arabi, poi, nei decenni, tra lo Stato d’Israele e gli arabi.
La risoluzione Onu 181 del 1947 gettò benzina sul fuoco ad una situazione già tesa, che portò il 14 maggio del 1948 alla fondazione dello Stato d’Israele, proclamato da David Ben Gurion, che divenne il primo premier israeliano. Quel giorno è definito da parte palestinese come Nakba (catastrofe), per ricordare l’esodo della popolazione araba palestinese durante la guerra civile del 1947-48, al termine del mandato britannico, e durante la guerra arabo-israeliana del 1948, proprio dopo la fondazione di Israele.

Da quel momento in poi, e soprattutto dal 1967 con la “guerra dei sei giorni”, Israele cominciò una vasta espansione in territori palestinesi, che non sempre è avvenuta attraverso conflitti armati. La politica espansionistica di Israele negli ultimi decenni viene effettuata attraverso insediamenti di colonie che, in barba alle risoluzioni Onu e della comunità internazionale, sottraggono territori ai palestinesi, i quali vengono cacciati dalle proprie terre e dalle proprie case, proprio come stava avvenendo a Gerusalemme est, nel quartiere di Sheikh Jarrah, miccia delle tensioni attuali.

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