Uno degli effetti della pandemia di coronavirus è stato la messa in discussione, almeno contingente, della visione occidentalocentrica del mondo. Da pressoché snobbato o ignorato, l’Oriente si è ritrovato al centro dell’attenzione per le azioni e i protocolli messi in campo per fronteggiare l’emergenza sanitaria, alcuni dei quali si sono rivelati efficaci e ormai rappresentano veri e propri modelli. Lo sostiene il ricercatore Alessandro Albana in un articolo pubblicato sul Manifesto.

Oriente: i tre punti di forza

“Il nostro sguardo sull’Asia si è sostanzialmente modificato nel giro di qualche settimana – scrive Albana – e i nostri governi non hanno potuto far altro che guardare a oriente per trarre una qualche ispirazione per la gestione di questa inattesa, eppure preannunciatasi, crisi”. Ricordando che l’Asia era già stata colpita da altre epidemie, si sottolinea come quelle abbiano rappresentato una lezione che la classe dirigente ha imparato, al punto da predisporre un’organizzazione che non ha fatto trovare impreparati o smarriti i governi, come invece è accaduto e sta accadendo in Europa o in altri contesti occidentali.

In particolare, vengono individuati tre aspetti che rappresentano i punti di forza di Paesi orientali come Cina e Corea: il governo dello spazio, il tempo e la gestione sanitaria della pandemia.
Per il primo punto Albana cita l’esempio cinese, che con un rapido lockdown ha permesso il contenimento dell’epidemia entro i confini dell’Hubei, evitando che i contagi andassero fuori controllo nel resto del territorio. Per la questione temporale viene evocata la gestione sudcoreana, dove in poche settimane si è riusciti a ottenere il controllo della situazione.

Il terzo e ultimo punto, quello della gestione sanitaria, rappresenta forse la vera differenza culturale tra occidente e oriente. “Laddove a occidente si è tradizionalmente guardato alla malattia come evento che investe la sfera individuale – scrive Albana – la pandemia ha fatto sì che la sanità si affermasse finalmente come questione politica ben oltre la sua declinazione italiana (di «contagio» delle aziende sanitarie da parte delle classi politiche di ogni ordine e grado), ma in quanto processo strutturalmente collettivo e quindi necessariamente politico”.

Il nuovo coronavirus, dunque, sembra aver messo in discussione l’autoproclamata supremazia occidentale, svelando le debolezze di un occidente spiazzato e impaurito che fronteggia, spesso per tentativi, quella che viene definita la “crisi più grave dopo la seconda guerra mondiale”. Ed è proprio ad oriente che guarda, nella speranza di trovare una via di uscita, che sembra ancora molto lontana, dalla pandemia.

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