In Myanmar, l’ex Birmania, è in atto un nuovo colpo di Stato. Il capo del governo birmano, la premio Nobel Aung San Suu Kyi, è stato arrestata dai militari. Tutti i poteri sono stati trasferiti al generale Min Aung Hlaing, capo delle forze armate.
La decisione è stata presa dall’esercito poco dopo l’annuncio dello stato di emergenza per un anno e della presidenza ad interim affidata al generale Myint Swe, che era uno dei due vicepresidenti in carica. Aung San Suu Kyi ha esortato il popolo birmano a “non accettare il colpo di Stato”, come ha riferito il partito della leader birmana, la Lega nazionale per la democrazia.

Myanmar, l’eterno governo dei militari

Non è la prima volta che fatti del genere accadono in Myanmar, dove i militari hanno costituzionalmente la possibilità di prendere il potere e compartecipare alla sua gestione.
«È successo quello che si temeva – osserva ai nostri microfoni il giornalista Emanuele Giordana, esperto di Sudest asiatico – Se ne parlava da giorni e c’è stata un’accelerazione venerdì scorso, quando i neoparlamentari sono stati bloccati nel loro albergo, poi c’è stato un week end relativamente calmo che, a quanto pare, serviva a preparare la logistica, fino al colpo di Stato di questa mattina».

Tutto nasce, spiega l’esperto, dal risultato delle elezioni dello scorso 8 novembre, quando il partito dei militari ha preso una batosta e la Lega nazionale per la democrazia ha ottenuto un risultato superiore alle elezioni del 2015. I militari hanno contestato il risultato.
«C’è stato un braccio di ferro – aggiunge Giordana – si è arrivati alla Corte suprema, che avrebbe dovuto venerdì stesso dare un responso se accettava o meno il ricorso dei militari e, secondo fonti locali, sembrava non avesse intenzione di accoglierlo. C’è quandi stata una trattativa, che è fallita, tra militari e civili e in questi due giorni i militari hanno preparato il golpe, hanno arrestato tutti i leader della Lega nazionale per la democrazia, che attualmente non si sa dove siano e di fatto la Birmania torna indietro di almeno cinque anni».

Le prospettive del Paese e l’appoggio internazionale

Lo stato di emergenza proclamato dai militari durerà un anno. «Quello che presumibilmente vogliono fare è preparare nuove elezioni – osserva il giornalista – farsi accettare il ricorso dalla Corte suprema attraverso le pressioni che possono esercitare essendo al potere. Dopodiché si organizzano le elezioni, si vincono le elezioni e di conseguenza tutto torna normale».
Per Giordana, la garanzia che i militari avrebbero ottenuto sul piano internazionale, ancorché informalmente, consiste nell’appoggio che sia Cina che Russia avrebbero dato.

ASCOLTA L’INTERVISTA AD EMANUELE GIORDANA:

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