Si chiama Rete Emergenza Climatica e Ambientale il nuovo soggetto che comprende 68 tra associazioni e comitati, attivi in Emilia Romagna, creato per rispondere alla più grande priorità del nostro tempo: l’emergenza climatica e il consumo delle risorse, non infinite ma trattate come tali.
A gestire la rete tre coordinatori, insieme ad un comitato tecnico-scientifico presieduto da Natale Belosi, i quali mettono alla prova una delle regioni italiane a maggior traino economico e fortemente energivora: il 23 settembre hanno già incontrato la vicepresidente Elly Schlein e l’assessore al Lavoro Vincenzo Colla per un confronto in merito alla costruzione del Patto per il Lavoro e per il Clima.
Gli obiettivi definiti dalla Giunta Regionale presenti nella attuale bozza del Patto per la rete sono, tuttavia, in colluttazione con le concrete misure previste, sembrando più “buone intenzioni” che misure atte a salvarci la pelle.

Clima Emilia Romagna, gli obiettivi della rete ambientalista

Per le associazioni ambientaliste i macrobiettivi da raggiungere sono l’utilizzo di fonti rinnovabili al 100% al 2035 e l’azzeramento delle emissioni climalteranti entro il 2050. Come si può perseguire un proposito del genere e promuovere progetti opposti come, per esempio, lo stoccaggio di CO2 a Ravenna che, inevitabilmente, sposterebbe il primo obiettivo almeno al 2050, dunque a 15 anni più avanti? La risposta non è difficile: è sempre alla porta la contromisura del ricatto occupazionale e del profitto economico.

La Rete ha accettato il dialogo presentando 680 pagine di osservazioni sintetizzate in 30 di strategie concrete, al fine di perseguire i punti cardine del Patto, aggiungendone un terzo, altrettanto fondamentale: la riduzione dell’impronta ecologica di un territorio come l’Emilia Romagna che, mentre si vanta della sua green economy, consuma il 330% delle risorse disponibili.
Il sospetto, dunque, è che lungo la via Emilia campeggi il green washing, una politica di verniciatura ambientale che sotto nasconde gli interessi economici.
“Non c’è più tempo – sottolinea ai nostri microfoni una delle portavoci, Viviana Manganaro – Per passare dal 13% al 100% di energia rinnovabile ci vuole ben altro che parole di speranza, contraddette dalle reali condizioni e programmi”.

La Rete propone innanzitutto tempistiche più stringenti sull’azzeramento delle emissioni e delle fonti fossili, insieme a investimenti ingenti anche servendosi del Recovery Fund, in modo da accompagnare la transizione ecologica per le aziende e garantire la tutela e la ricollocazione dei lavoratori.
Presentandosi come una rete aperta e chiedendo che le attività non si fermino al Patto per il Lavoro e per il Clima (che loro preferirebbero chiamare “Patto per il Clima e per il Lavoro”), ma auspicando “tavoli permanenti di lavoro con le singole associazioni dislocate sui vari territori”, pur disposta a conservare e alimentare un cammino di dialogo con la Regione, la Rete è determinata a dichiarare ogni incongruenza, nelle prospettiva della stesura di un Patto coerente e verosimile.

Rosarianna Romano

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