Si conclude oggi la venticinquesima conferenza delle Nazioni Unite sul clima, la cosiddetta Cop25, e a prevalere è la delusione. Indipendentemente dalle dichiarazioni finali dei grandi della Terra, quello che è emerso durante i negoziati è che non si riesce a prendere accordi efficaci e dirimenti per contrastare l’emergenza climatica e molti Paesi scaricano la responsabilità o rivendicano un diritto a non intralciare la loro economia in crescita attraverso azioni per il contenimento delle emissioni. Particolarmente significativo è l’atteggiamento dell’Europa, che appare ambiguo e non unitario.

Clima: gli ostacoli di Cop25

A raccontare l’andamento dei negoziati di queste due settimane di vertice a Madrid è Andrea Barolini, giornalista di Valori.it. “Ci sono stati tira e molla su tanti argomenti – spiega il giornalista – Quello che occorre fare è implementare l’accordo di Parigi e rendere operativi, attraverso un ‘rule book‘, i principi enunciati nel 2015, in particolare il mantenimento della temperatura media globale entro i 2 gradi entro la fine del secolo, ma le promesse avanzate dagli stati finora portano ad un aumento di 3,2 gradi“.
Nel corso dei negoziati, inoltre, è giunto un comunicato di alcuni Paesi, come Cina, India, Sudafrica e Brasile, che sostengono di aver già fatto il massimo per il taglio alle emissioni.

Il problema dei Paesi emergenti (o sarebbe il caso di dire emersi) era lo stesso che si era presentato già a Parigi nel 2015. Nazioni appartenenti a quello che un tempo era considerato secondo mondo oggi rivendicano il diritto ad una crescita economica che possa produrre ricchezza e benessere, anche se ciò comporta conseguenze dal punto di vista climatico.
Altre resistenze riguardano Paesi le cui economie sono ancora fortemente legate ai combustibili fossili. Ci sono però anche piccoli Paesi che sottolineano come non siano responsabili delle emissioni di gas serra, ma subiscono la maggioranza delle conseguenze climatiche e che sembrano quelli più motivati a chiedere un intervento serio.

Le ambiguità dell’Europa

“Associazioni ambientaliste e ong hanno ribadito che la posizione di gruppi di Paesi come l’Europa non è sufficientemente chiara – osserva Barolini – Ci si aspettava da parte dell’Ue una leadership maggiore, invece l’Europa si è posta a metà strada tra i piccoli Paesi che chiedono di agire e quelli invece che, per ragioni diverse, chiedono di rallentare il processo di azione climatica”.
Se l’Europa non decide di assumersi la leadership della questione climatica, con l’America di Trump che ha già annunciato forfait e superpotenze come la Cina che, di fatto, stanno gettando la spugna, è molto difficile che entro il 2020 si riescano a consegnare i documenti per la riduzione delle emissioni, come invece previsto.

L’atteggiamento verso i movimenti popolari

Durante la conferenza, a Madrid e in altre parti del mondo si è svolto il quarto sciopero globale per il clima. La sensazione palpabile è che la distanza fra dentro e fuori, fra chi è seduto al vertice e chi manifesta per le strade sia siderale.
“All’interno del Friday for future stesso – sottolinea il giornalista – ormai ci sono atteggiamenti diversi, tra chi ancora nutre speranza per il vertice Onu e chi lo considera una farsa”.
A parziale discolpa dei partecipanti a Cop25 va detto che all’interno della conferenza non si lavora a maggioranza, ma con il principio del consenso, per cui arrivare ad un accordo è sicuramente più complicato.

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