Sono diversi gli scenari che nelle ultime settimane registrano il salire della tensione tra alcuni Stati, tra cui troviamo superpotenze mondiali. Contesti diversi e ragioni diverse, ma una preoccupazione comune per l’incrinatura dei rapporti diplomatici che, in alcuni casi, potrebbe addirittura degenerare in conflitto. Da un lato ataviche ruggini, come quella tra Grecia e Turchia, dall’altro nuovi “fronti”, come quello tra Cina e Australia, ma anche questioni irrisolte come quella che coinvolge ancora la Cina, ma stavolta contro l’India. Strategico o pretestuoso che sia l’oggetto del contendere, sembra che la diplomazia ceda sempre più il passo ai muscoli.

Diplomazia che vacilla: la tensione tra Cina e Australia

L’origine della tensione fra Cina e Australia risale all’aprile scorso. In piena pandemia globale, l’Australia ha chiesto l’avvio di un’inchiesta internazionale a carico della Cina sulle responsabilità per la diffusione del Covid-19. La risposta di Pechino non si è fatta attendere: avendo imparato la lezione dal presidente statunitense Donald Trump ha imposto salatissimi dazi per l’importazione di merci australiane.
La contesa, però, non si è fermata, ma è caratterizzata da un susseguirsi di azioni che hanno inasprito la contesa. A giugno il quotidiano cinese Global Times ha denunciato che agenti segreti australiani avrebbero fatto irruzione nell’abitazione di giornalisti cinesi, interrogandoli e sequestrando computer e smartphone. Per contro il governo cinese ha sconsigliato ai propri cittadini di viaggiare in Australia, mettendoli in guardia da pericoli che avrebbero potuto correre.

Sempre sul fronte dell’informazione, tre giorni fa due giornalisti australiani, Bill Birtles e Mike Smith hanno dovuto lasciare la Cina e rientrare a Sidney, ma le autorità cinesi li hanno comunque interrogati prima della partenza. In particolare ai due sono state fatte domande su Chang Lei, giornalista australiana arrestata il mese scorso e detenuta in un luogo sconosciuto.
Se questi eventi si svolgono alla luce del sole, c’è anche una parte più nascosta che continua a far salire la tensione. A giugno scorso il primo ministro australiano Scott Morrison denunciò che il Paese era da diverso tempo sotto cyber-attacco che ha colpito i sistemi informatici governativi, le infrastrutture critiche e i servizi essenziali, causando gravi violazioni ai dati personali dei cittadini. Il principale indiziato rimane la Cina.

Il confine tra Cina e India diventa incandescente

Quello tra Cina e Australia non è però l’unico fronte attivo per Pechino. Ieri, sul confine con l’India, si sono registrati scambi di arma da fuoco tra le due potenze, una tensione che non si registrava da decenni. Il pretesto è una vecchia questione, che va avanti dal 1962: il confine conteso dell’Himalaya. Negli anni entrambi di due Paesi più popolosi al mondo hanno valicato il territorio altrui, ma oggi le scaramucce territoriali sembrano una scusa perfetta per la vera questione in ballo, che ancora una volta è commerciale.
Un paio di mesi fa il ministero indiano dell’Elettronica e dell’informatica ha imposto un divieto sull’uso di 59 app di origine cinese, tra cui TikTok e WeChat, e la loro rimozione dagli store digitali.

App e contese sui confini, in realtà, sottendono a questioni geopolitiche più grosse e potrebbero avere lo zampino degli Stati Uniti. Questi ultimi, infatti, non hanno solo ingaggiato una guerra di dazi con la Cina, ma lavorano anche “ai fianchi”. L’avvicinamento del presidente indiano Narendra Modi agli Usa spaventa Pechino. Nell’ultimo decennio, infatti, l’India ha siglato accordi con Washington per oltre 20 miliardi di dollari. Il ruolo che New Delhi si sta ritagliando sembra essere quello di contrappeso asiatico alla superpotenza guidata da Xi Jinping, col favore degli occidentali.
In realtà, anche tra India e Cina ci sono floridi rapporti commerciali. In un anno le importazioni di merce cinese in India ammontano ad un valore di 65 miliardi di dollari, mentre la Cina ha acquistato beni indiani per 16,6 miliardi.

Grecia e Turchia: una storia infinita che imbarazza la Nato

A metà agosto nel Mediterraneo orientale una nave da ricognizione turca e una nave da guerra greca si sono scontrate. La nave turca stava scortando un’altra imbarcazione, la Oruc Reis, attrezzata per la ricerca di idrocarburi. L’incidente è avvenuto in acque che ciascuno dei due Paesi rivendica e inasprisce la contesa per le risorse energetiche marine.
All’inizio del mese la Grecia aveva firmato un accordo con l’Egitto che era apparso un tentativo di ufficializzare il controllo di alcune zone del Mediterraneo orientale e per contro la Turchia aveva risposto intensificando le operazioni in quell’area.

La contesa delle acque è una storia che va avanti da molto tempo tra i due Paesi. Non a caso l’isola di Cipro rimane ancora divisa tra una parte turca e una greca.
Le tensioni, però, sono aumentate a partire dal 2015, quando Eni scoprì grandi giacimenti di gas naturale. La scoperta della compagnia portò ad un progetto che avrebbe dovuto collegare attraverso gasdotti Paesi come Egitto, Israele, Cipro, Grecia e Italia. La Turchia fu esclusa dal progetto ed è per questo che, nel 2019, ha firmato un accordo con la Libia per lo sfruttamento di risorse energetiche in vaste aree del Mediterraneo.

In questo scenario, l’Europa ha giocato la partita come spesso accade: molto male. Dapprima ha messo nelle mani di Erdogan l’arma del ricatto dei flussi migratori. Un’arma che il presidente turco ha utilizzato lo scorso febbraio, aprendo il confine (proprio con la Grecia) al transito di migranti che volevano giungere nel Vecchio Continente.
L’ultima e recente scaramuccia riguarda la riconversione – voluta da Erdogan – della Basilica di Santa Sofia di Istanbul in moschea, atto contestato fortemente dalla Grecia.

La contesa tra Grecia e Turchia imbarazza tanto l’Unione Europea quanto la Nato, di cui Ankara è membro. Forse è proprio grazie agli interessi di questi due soggetti occidentali che Erdogan ha potuto contare, negli ultimi anni, sulla chiusura di un occhio – a volte anche due – a proposito delle scorribande compiute, come gli attacchi pretestuosi ai curdi in Rojava.
Dall’altro lato, però, la Grecia è uno Stato membro dell’Ue e reclama una solidarietà che, in realtà, non ha ancora ottenuto dagli altri Stati.