Domenica 25 ottobre, in Cile, hanno avuto luogo le votazioni per il referendum sui cambiamenti alla Costituzione dei tempi di Augusto Pinochet, risalente al 1980: l’esito positivo rappresenta una conquista, frutto di tante proteste nei mesi passati.
All’indomani della notizia, la popolazione cilena non può credere di “vedere questo popolo che, dopo tanti anni, ha potuto liberamente esprimere il suo pensiero: questo non succedeva anche perché le elezioni presidenziali che ci sono state in questi anni sono sempre state nel marco della Costituzione di Pinochet”. Queste, le parole ai nostri microfoni di Juan Contreras, esule cileno in Italia da anni, visibilmente emozionato dall’esito del referendum di ieri, che ha visto con il 78% sotterrare la legge ereditata dalla dittatura.

Il referendum doveva tenersi lo scorso aprile ma, a causa dell’emergenza sanitaria, è stato rinviato proprio allo scorso week-end.
Due domande sulla scheda: una sulla sostituzione o meno della Costituzione; l’altra sul metodo di scrittura, quindi se redigere una “convenzione mista” – formata per metà da eletti direttamente e per metà da deputati dell’attuale parlamento – o una costituente integralmente composta da cittadini eletti per questo scopo.
La nuova Carta sarà scritta da 155 persone elette dal popolo, scelta approvata con il 79% del consenso.

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Per il referendum costituzionale hanno votato oltre 7,5 milioni di cittadini, la più alta partecipazione a un voto dal 1989, anno nel quale il Cile ha fatto ritorno alla democrazia. L’obiettivo era chiaro: rovesciare la Costituzione frutto di un regime dittatoriale, che dal 1973 aveva rovesciato il governo legittimo di Allende.
Quella del 1980 “era una Costituzione vuota dal punto di vista sociale, politico, economico, perché tutto si delegava poi in leggi: per esempio, la Costituzione diceva “la salute per tutti i Cileni”, però nella pratica, le leggi che regolavano la salute in Cile erano tutte private”, spiega Contreras. E poi, quando la sinistra provava a metterle in discussione, non poteva perché non raggiungeva una maggioranza qualificata.

È trascorso un anno dalla scintilla che ha fatto scoppiare le proteste in Cile: proprio ad inizio ottobre 2019, infatti, era stato dichiarato l’aumento del costo del biglietto della metropolitana di Santiago da 800 a 830 pesos (0,98cent a 1,02 euro).
Una miccia, appunto, quella del biglietto che ha messo a ferro e fuoco la capitale: la popolazione cilena, però, protestava per un malcontento che gravava da molto più tempo, frutto di diseguaglianze sociali sempre più profonde.
Una conquista, quindi, quella di ieri, ottenuta però al prezzo di decine di morti, oltre 2mila feriti negli scontri durissimi con la polizia e 16mila arresti.

Difficile immaginare che la carriera politica di Sebastian Piñera, al secondo mandato come presidente (il primo dal 2010 al 2014, poi rieletto nel 2018), e figura controversa per la sua vicinanza al regime di Pinochet, possa avere un futuro.
Per ora nella capitale si festeggia: decine di migliaia di sostenitori della riforma della Costituzione si sono recati nella centrale Piazza Italia.
Forse il continente è a un giro di boa e stiamo vivendo una nuova ondata anti-liberista, contro quel sistema che “non resiste più perché è un sistema predatorio, quindi la gente è stanca. La gente, quando non ha più niente, viene fuori. C’era un cartello molto bello, che non dimenticherò mai: “ci hanno tolto tutto, anche la paura”, conclude Contreras.

Rosarianna Romano

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