Già nei primi decenni dell’Ottocento, la chitarra si presentava in una forma vicinissima a quella che oggi noi tutti conosciamo. Si parlava di chitarra romantica, la quale presentava dimensioni molto più piccole rispetto a quelle attuali che invece vengono standardizzate verso la fine dell’Ottocento grazie al Maestro Antonio de Torres Jurado (1817-1892).

A livello letterario possono essere individuati tre macroperiodi che caratterizzano la storia di questo strumento musicale e che anticipano la sua stabilizzazione:

  • la chitarra antica: progenitrice della chitarra classica sviluppatasi a fine Settecento e di dimensioni assai modeste, ebbe nel XVII secolo una notevole diffusione, proseguendo il prezioso filone musicale del liuto e della vihuela; questi due strumenti vissero il loro ultimo splendore durante il periodo della musica barocca, prima di cadere definitivamente in disuso. Fu soprattutto in Italia, in Spagna e in Francia che la chitarra barocca consolidò una ricca tradizione strumentale: chitarristi come Francesco Corbetta, Gaspar Sanz e Robert de Visée rappresentarono, per validità tecnica e gusto compositivo, una significativa controparte rispetto ai grandi protagonisti del liuto (John Dowland, Sylvius Leopold Weiss) e della vihuela (Luis de Milán, Luis de Narváez, Alonso Mudarra). Già sul finire del Seicento, e per buona parte del secolo seguente, l’attenzione verso la chitarra si dissolse, e con essa si offuscarono per lungo tempo la consapevolezza tecnica e lo sviluppo di un repertorio dello strumento.
  • Prima metà dell’Ottocento: età dell’oro della chitarra. Periodo ricordato come quello dei grandi “chitarristi-compositori”. Questi personaggi furono i primi a portare la chitarra, da strumento quasi esclusivamente popolare, al ruolo di strumento da concerto. La tecnica si sviluppò enormemente, e la funzione di semplice accompagnamento lasciò il posto, in alcuni autori, a vette di virtuosismo memorabili. Una prima generazione di questi grandi musicisti vede in Italia i nomi di Ferdinando Carulli, Mauro Giuliani, Francesco Molino, Matteo Carcassi; in Spagna quelli di Fernando Sor e Dionisio Aguado; un’importante menzione va fatta anche per il famosissimo violinista Niccolò Paganini, che da valente chitarrista qual era lasciò alcune pagine importanti nel repertorio, come del resto fecero anche gli austriaci Anton Diabelli e Simon Molitor. In questo periodo, inoltre, vengono scritti anche i primi metodi di insegnamento della chitarra.
  • Seconda metà dell’Ottocento: dopo aver raggiunto l’apice del successo e della notorietà, la fama della chitarra torna a decrescere. Si affievolisce quell’inedito interesse per lo strumento, che interpreti come Giuliani erano riusciti a imporre sulle scene musicali delle importanti capitali europee. In questi anni, la prosecuzione della tradizione strumentale sopravvive comunque in ambiti più ristretti, ad opera di pochi ma importantissimi maestri. La figura dominante, per fama, all’interno di questo panorama fu certamente quella dello spagnolo Francisco Tárrega. La sua opera fu di importanza capitale: al di là dei discussi meriti nello sviluppo della tecnica, egli con la sua “scuola” mantenne viva una delle tradizioni chitarristiche più importanti in Europa – quella spagnola – e molti dei suoi allievi, come Emilio Pujol, Miguel Llobet e Daniel Fortea, saranno dopo di lui figure centrali del panorama chitarristico mondiale. Oltre a ciò, fu un brillantissimo concertista. Tarrega compose moltissimi brani, alcuni dei quali costituiscono oggi cardini imprescindibili nel repertorio della chitarra.

Bach, Albéniz e Brouwer

Sono numerosi i compositori che hanno usufruito della chitarra classica per creare opere tutt’oggi memorabili. Per questa prima puntata di “Chitarra in pillole” se ne citano tre: Johann Sebastian Bach, Isaac Albéniz e Leo Brouwer.

Johann Sebastian Bach, uno dei più grandi compositori mai esistiti, scrive tante trascrizioni composte appositamente per il liuto, di sue opere scritte invece per altri strumenti. Nell’era moderna sono spesso diventate parte del repertorio per chitarra.

Oltre a ciò, nel Novecento vengono trascritti anche altri lavori di Bach. Uno di questi lavori che si suona anche alla chitarra e che diviene parte del repertorio chitarristico pur non essendo stato trascritto da Bach stesso è la Ciaccona (dalla Partita violino solo n°2 in Re Minore BWV 1004).

In Spagna, invece, Isaac Albéniz scrive un pezzo originario per pianoforte che si chiama Asturias. Famosissimo in tutto il mondo è il quinto brano della Suite española, anche e soprattutto nella trascrizione per chitarra di Andrés Segovia. Asturias inizia evocando lo stile del flamenco, costruendosi sulla ripetizione del tema principale; si sviluppa in un lungo e incalzante crescendo fino a raggiungere l’apice, quando il tema si scoglie in un diminuendo poco a poco fino all’ampio arpeggio finale in re maggiore.

Il secondo tempo è ora pacato (cantando largamente ma dolce) ora danzante che sul finire presenta due richiami: prima all’andamento iniziale del brano, poi all’incipit del tempo II. Essi preludono alla ripresa brusca, subito dopo, del tempo I, che viene ripetuto identico fino al termine. Segue stavolta una breve coda, lenta e dolce, che non rinuncia però a un fugace, sommesso accenno di ripresa del tema prima di spegnersi sordamente nelle due gravi toniche conclusive.

Negli anni, molti altri brani di Albéniz si sono prestati alla trascrizione per questo strumento.

Passiamo a Leo Brouwer, compositore, chitarrista e direttore d’orchestra cubano. Una delle sue composizioni per chitarra più famose è El Decameron Negro, datata 1981 e composta tre brani distinti: El arpa del guerrero, La huida de los amantes por el valle de los ecos e Balada de la doncella enamorada. La composizione (insieme al titolo) è globalmente ispirata da alcuni racconti etnici africani, raccolti dall’antropologo tedesco Leon Frobenius durante il diciannovesimo secolo. In essi è narrata la storia di un guerriero che viene bandito dalla sua terra perché diventato suonatore di arpa, ma vi farà ritorno per salvare il suo popolo minacciato dagli invasori; sconfitto il nemico, il guerriero viene di nuovo esiliato, ma fugge portando con sé l’amata. Brouwer ha dedicato l’opera alla chitarrista canadese Sharon Isbin, della quale rimase sorprendentemente impressionato nel 1975.

ASCOLTA LA PRIMA PUNTATA DI “CHITARRA IN PILLOLE”: