Antonio Latella porta in scena, prodotto dal Teatro Stabile dell’Umbria, il testo del drammaturgo statunitense Edward Albee “chi ha paura di Virginia Woolf?” che è stato provato lungamente durante il periodo pandemico, oggetto anche di un documentario, visibile in questi giorni, parallelamente allo spettacolo al Teatro delle Moline, dal titolo, “Occhi verdi come i miei” che testimonia il percorso di maturazione dei personaggi e dell’allestimento.

Lo spettacolo vede in scena la coppia formata da Martha e George, rispettivamente interpretati da Sonia Bergamasco e da Vinicio Marchione, che, nel loro salotto, dopo una festa a casa del padre di lei, sono intenti a compiere un gioco al massacro per farsi reciprocamente del male usando le parole come armi improprie. Ad apertura di sipario Martha sta suonando il piano, in piedi, rabbiosamente e chiude la frase musicale pronunciando un’imprecazione.

Martha è visibilmente ubbriaca, mentre il marito, che pur dichiara di avere bevuto e di continuare a bere, per tutto il dramma appare lucido e si muove senza alcuno sbandamento.

Le bottiglie di liquore vengono tirate fuori dal mobile bar per un secondo ritualmente e poi riposte, gli attori non tengono in mano i bicchieri se pure le didascalie della commedia prevedano bicchieri a metà sparsi per tutta la casa.

E’ Latella nel documentario a raccontare di aver voluto nascondere l’alcool per “far uscire il testo” per far emergere la violenza testuale e perchè il pubblico si accorgesse che è “il testo ad essere ubbriaco, ma non di alcool”.

Sono le due di notte e nonostante questo la coppia Martha e George attendono ospiti invitati da Martha per il bicchiere della staffa. Si tratta di Nick, un nuovo docente dell’ateneo che sta molto a cuore al padre di Martha, con la moglie Honey rispettivamente Ludovico Fededegni e Paola Giannini.

Quando gli ospiti arrivano i due coniugi stanno gridando e i nuovi arrivati tentano di scappare immediatamente, senza riuscirci, rimanendo invischiati nella dinamica di conflitto. I due uomini sembrano perfettamente padroni della situazione e non barcollano. Sono Martha e Honey a ondeggiare pericolosamente su tacchi 12 e a mostrare tutti i segni dell’ubbriacatura. Dai loro discorsi poi, apprendiamo nel corso del dramma che hanno molto in comune le due donne: entrambe mancano di un figlio che desiderano follemente tanto che una si inventa di averne avuto uno, ormai grande che dovrebbe compiere 21 anni il giorno seguente e che forse verrà a casa a festeggiare, l’altra tanto lo voleva da aver avuto una gravidanza isterica.

Di fronte a due donne che si inventano la maternità ci sono due uomini, afferma Latella in “Occhi verdi come i miei”, di cui possiamo legittimamente chiederci dove sia la fecondità, nell’ottica dell’autore Albee. Questo pensiero forse provoca in loto tanto dolore e un senso di sconfitta in una società fondata sulla prestazione anche sessuale. Le due coppie protagoniste sono condannate ad essere sterili e a restare perennemente figli senza assurgere al ruolo genitoriale.

E’ ancora Latella nel documentario ad aiutarci a comprendere il valore delle narrazioni che i personaggi fanno a se stessi e agli altri in quella folle notte: le invenzioni, spiega il regista, sono come prodotte sul momento per ricavarne un piacere erotico.

I tre atti dello spettacolo sono come una lenta discesa agli inferi, quasi dantesca, per tornare verso la luce. Il secono atto rappresenta la notte dei demoni, una sorta di “notte di Valpurga” afferma Latella, di purificazione dalle colpe e il terzo atto è l’esorcismo, la liberazione, a rivedere la luce.

Se vi siete chiesti cosa c’entri la grande Virginia Woolf in tutto questo si spiega in realtà con il fatto che Albee ha sostituito con le parole “Virginia Wolf “una parte di una filastrocca sul lupo cattivo che gli invitati hanno cantato alla festa evocata per tutta la commedia. “Chi ha paura del lupo cattivo?” nella canzoncina diventa “Chi ha paura di Virginia Woolf?” e perchè proprio quest’autrice ed intellettuale viene evocata in un testo che non sembra affatto femminista?

Nel dramma George narra di un ragazzino che ha ucciso, forse accidentalmente, la madre e il padre. Woolf ha insegnato alle donne a uccidere l’dea di madre come angelo del focolare. l’Autrice ha anche modificato il linguaggio e il modo di narrare. Nei due protagonisti l’idea di amore romantico è sicuramente andato in pezzi tanto quanto l’idea di donna angelo e c’è anche un’idea di narrazione nuova nel testo come continua invenzione che passa attraverso la menzogna e la costruzione di sempre nuove storie per vincere la morte, come pensava Albee.

Lo spettacolo ha un primo atto dinamico e appassionante, il ritmo cala tra il secondo e il terzo provocando qualche cedimento all’attenzione per la lunghezza. Strepitoso Vinicio Marchioni, brava e divertente Paola Giannini. Il documentario ancor più dello spettacoolo fa scoprire una Sonia Bergamasco pianista e, tutto sommato risulta in parte come Martha sebbene non l’abbia apprezzata in altri lavori in cui l’avevo trovata insopportabile. Mi rimane un dubbio che riguarda il movimento da ubbriache delle due signore che contraddice quanto il regista afferma nel documentario e quindi la scelta dell’eliminazione dell’alcool dalla scena per rendere ubbriaco il testo e non gli attori lasciandoli sobri. Vero è che comunque nel testo si parla di bere e di bevute dall’inizio alla fine per cui anche se si eliminano i bicchieri fisicamente dalla scena resta il fatto che si dà per assunto che i personaggi abbiano comuqnue bevuto. Forse, avendo fatto muovere, nella versione definitiva, le due donne come ubbriache, tanto valeva tenere in scena tutti i bicchieri sparsi ed evitare il gioco simbolico di riporre ogni volta bottiglia e bicchieri dentro il mobile bar.

A parte questo elemento incoerente, all’interno comunque di un testo che, per ammissione dello stesso regista, è ambiguo e demoniaco, lo spettacolo è piacevole e intrigante. Grande interesse ha destato in me anche il documentario “Occhi verdi come i miei” con le riprese, montaggio e regia di Lucio Fiorentino, capace di mostrare la ricerca dei personaggi, lo studio dell’allestimento, le angosce per il mancato debutto durante il lockdown. Il documentaio è visibile ancora oggi alle ore 20 a ingresso libero su prenotazione alle Moline scrivendo a eventibologna@arenadelsole.it.

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