Mancano meno di quarantotto ore al 16 febbraio, la data scelta dal comando militare russo – stando ai servizi di intelligence statunitensi – per l’invasione dell’Ucraina. Gli occidentali hanno iniziato ad evacuare il personale non essenziale dalle ambasciate a Kiev e danno indicazione ai cittadini ancora presenti nel Paese di fare immediatamente ritorno in patria. Ma la Russia nega la possibilità di un’invasione («non abbiamo nessuna intenzione di attaccare l’Ucraina» ha dichiarato ieri il Ministro degli esteri Lavrvov) e lo stesso governo ucraino sembra scettico – tanto che il presidente Zelensky ha detto di avere «informazioni diverse» rispetto a quelle americane e ha chiesto agli occidentali di non alimentare il panico.

Guerra in Ucraina: le possibilità restano basse, ma non si può escludere un incidente

Una situazione eccezionalmente tesa che rappresenta solo l’ultimo capitolo di una guerra iniziata ormai quasi sette anni fa, quando l’emergere di un movimento nazionalista e filo-occidentale in Ucraina – passato alla storia come Euromaidan, dal nome della piazza di Kiev in cui si concentrarono le proteste – ha portato alla caduta del governo dell’epoca, filo-russo, e ad una catena di eventi che ha diviso il paese. Ad oggi gran parte dell’Ucraina è controllata dal governo ufficiale, guidato dall’ex attore Volodymyr Zelensky, mentre la penisola della Crimea è sotto il controllo diretto di Mosca e la provincia orientale del Donbass è divisa in due repubbliche separatiste autonome – Donetsk e Lugansk – protette dalla Russia. È questo il contesto intricato in cui si sono sviluppate le tensioni delle ultime settimane, con Putin che ammassa truppe ai confini e l’Occidente – sopratutto la sua parte anglosassone, Usa e Uk – pronto ad andare in trincea.

Tante, però, sono ancora le domande senza risposta. Innanzitutto resta da capire quanto siano affidabili i report statunitensi che parlano di un’imminente invasione su larga scala. «Le possibilità di una guerra rimangono piuttosto basse» dice ai microfoni di Radio Città Fujiko Alberto Negri, storico inviato speciale del Sole24Ore ed oggi analista de il Manifesto. «La Russia non ha i mezzi per occupare l’Ucraina, e non bastano certo centomila uomini come sostengono gli americani. Al massimo tutto ciò può tradursi in un’operazione militare funzionale al controllo dei confini interni all’Ucraina [quelli che dividono l’area sotto il controllo di Kiev dalle repubbliche separatiste N.d.R.] ma fatico a vedere uno scenario in cui i soldati di Mosca si spingono più in là dei territori già in mano alle milizie filo-russe».

E allora chi ha da guadagnare da questa tensione? «Intanto ci stanno guadagnando già ora i russi con la Gazprom, che ha visto il prezzo del gas salire di quattro o cinque volte in un anno» ci risponde Alberto Negri. «Poi può forse guadagnarci Biden, che nel vecchio nemico russo trova un puntello alla sua crisi di consensi. Gli ucraini, invece, possono solo perderci. Dai primi accordi di Minsk ad oggi – più di sette anni – non hanno trovato una soluzione politica interna alla secessione del Donbass. E’ evidente che i russi in Ucraina sono minoranza, ma comunque una minoranza rilevante con cui fare i conti – cosa che Kiev non è mai riuscita a fare».

In tutto questo che ruolo gioca l’Europa, e in particolare l’Italia? «Noi abbiamo moltissimo da perdere. Altre sanzioni alla Russia e la conseguente diminuzione del flusso di gas significano ulteriori rincari del costo dell’energia. E poi la destabilizzazione dell’Europa non aiuta nessuno, ma proprio nessuno. E questo, diciamocelo pure, è un insuccesso forte della Nato e degli statunitensi – che vengono peraltro dalle disfatte in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria».

Resta da capire chi sia responsabile di questo inasprimento della tensione, e se una guerra possa scoppiare – come altre volte nella storia – anche solo come frutto di un incidente tra le truppe ammassate ai confini, senza necessariamente la volontà dei giocatori in campo. «Questo rischio c’è, e per questo la situazione è così tesa. Con una tale mobilitazione militare la possibilità di un incidente di terra o di cielo c’è sempre». E le responsabilità? «Da un lato ci sono le colpe di Putin, dall’altra ci sono le responsabilità enormi degli Stati Uniti. Washington dovrebbe lavorare alla stabilità europea, e invece contribuisce assieme ai russi all’instabilità dell’Europa, del Medioriente, del Mediterraneo».

L’ora x del 16 febbraio, intanto, si avvicina sempre di più, subito seguita dal 20, quando una parte delle truppe russe – attualmente impegnate in un esercitazione in territorio bielorusso, sempre vicino ai confini ucraini – dovrebbero far ritorno a casa. Nel frattempo il cancelliere tedesco Scholz, impegnato come alri leader europei nel mantenimento dei canali diplomatici, incontrerà oggi il presidente ucraino Zelensky e domani l’omologo russo Putin.

La risposta a tutti i questi ancora aperti arriverà probabilmente in questi giorni cruciali.

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Lorenzo Tecleme