Punto programmatico innovativo e promessa del premier e del Pd, la nuova legge sulla cittadinanza, che dovrebbe sostituire lo ius soli (il diritto di suolo) allo ius sanguinis (il diritto di sangue), slitta a dopo l’estate e il testo è oggetto di continue modifiche che ne annacquano il cambiamento.

“Chi nasce in Italia deve essere cittadino italiano”, diceva Matteo Renzi esattamente due anni fa. “Una legge vera e seria entro l’estate”, prometteva il ministro Graziano Delrio.
Nonostante gli annunci, la riforma della cittadinanza italiana è finita in fondo alle priorità e la sua discussione slitta in autunno.
Non solo: il testo della legge è costantemente oggetto di compromessi al ribasso e non sembra esserci la reale volontà di passare dallo ius sanguinis (per il quale la cittadinanza segue quella del genitore) allo ius soli, il criterio secondo il quale se si nasce in Italia si è cittadini italiani.

L’iter della legge in commissione è ripreso in questi giorni, ma la discussione vera e propria è slittata, proprio come quella sulle unioni civili, alla ripresa autunnale dei lavori.
A protestare sono diverse associazioni: dalla Rete G2, composta da ragazzi di seconda generazione, all’Arci Immigrazione, tra le promotrici della campagna “L’Italia sono anch’io“, tradottasi nella presentazione di una legge di iniziativa popolare per l’introduzione dello ius soli, che ha raccolto oltre centomila di firme.
“Questo rinvio, che è il quarto, non mi sorprende – osserva Filippo Miraglia, responsabile di Arci Immigrazione – Siamo abituati a vedere come questo governo dia priorità a cosiddette riforme che riducono i diritti e metta in fondo alla lista quelle che li garantiscono”.

Non è solo la tempistica a preoccupare, ma anche i contenuti del provvedimento. Per ora sembra che in Parlamento ci sia accordo solo sulla cittadinanza per i minori, ma rimangono forti divisioni sulla naturalizzazione degli adulti. In particolare, il Pd propone lo “ius soli temperato“: una cittadinanza alla nascita da legare al soggiorno legale di almeno cinque anni dei genitori sul territorio italiano. In pratica si tratterebbe di mitigare l’ordinamento già presente – incentrato sullo ius sanguinis – riducendo i tempi per l’ottenimento della cittadinanza.
“Noi pensiamo che il tempo congruo – commenta Miraglia – sia un anno, cioè il tempo per dimostrare che si sta stabilmente sul suolo italiano. Ricordo che per ottenere il permesso di soggiorno di un anno bisogna avere un lavoro”.

Nel centrodestra, invece, continua a prevalere l’idea di uno ius culturae. In questo caso si diventerebbe italiani non alla nascita, ma solo dopo aver frequentato un corso di studi nel nostro Paese.
“Un’idea inaccettabile – tuona l’esponente dell’Arci – Non si può cedere al razzismo contenuto nell’idea che il figlio di uno straniero nato in Italia debba dimostrare di avere un grado di italianità sufficiente“.

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