Secondo il dpcm del 3 novembre scorso, i centri commerciali devono restare chiusi nel week end per evitare assembramenti di persone e i conseguenti rischi di contagio. Questa almeno la ratio della norma, che però ha subito mostrato tutti i suoi limiti dal momento che molti grandi luoghi del commercio, dove gli affollamenti non mancano, possono tranquillamente restare aperti.
Nel territorio bolognese lo abbiamo visto al Meraville di via Tito Carnacini, dove sono presenti, tra gli altri, Decathlon, Media World e Leroy Merlin. Punti vendita in cui si riversano migliaia di persone e che non rispondono al nuovo dpcm perché all’interno di un “parco commerciale”, che si differenzia da un centro commerciale perché l’accesso è indipendente e all’aperto.

Lo stesso si può dire per Ikea a Casalecchio di Reno, che figura come “grande superficie di vendita” e dunque, non essendo tecnicamente un centro commerciale, non è soggetto a restrizioni.
Proprio qui, nei giorni scorsi, lavoratori e sindacati hanno manifestato preoccupazione per gli affollamenti che, nonostante la misurazione della temperatura e gli ingressi contingentati, si formano in alcuni punti dello store.
Il sindaco di Casalecchio Massimo Bosso, interpellato da Repubblica Bologna, ha alzato bandiera bianca. Dice che non se la sente di emettere ordinanze che dispongano la chiusura per la paura di ricorsi.

Centri commerciali, la richiesta di colmare il vuoto normativo

Che il dpcm sia scritto male lo si evince dalla casistica appena elencata, ma anche dall’interrogazione presentata dai consiglieri regionali Igor Taruffi e Federico Alessandro Amico di Emilia Romagna Coraggiosa. Nel pomeriggio di ieri, i due consiglieri di maggioranza hanno chiesto alla Giunta Bonaccini di integrare il dpcm con un’ordinanza regionale che chiuda nei week end le grandi superfici di vendita.
“Il decreto – fanno notare Taruffi e Amico – non dispone la chiusura delle cosiddette grandi superfici di vendita, per le quali invece è possibile continuare a effettuare l’apertura dell’esercizio”. Ciò comporta che queste aree, “soprattutto nei giorni festivi e prefestivi risultano essere molto affollate anche in questo periodo”. Lo stesso presidente dell’Anci Antonio Decaro, lo scorso 7 novembre, ha scritto al governo perché ne disponga la chiusura.

Ai nostri microfoni Taruffi immagina che il problema possa essersi generato da una disattenzione nella compilazione del dpcm, perché è evidente che ciò che avviene nelle grandi superfici di vendita esentate al momento dalla chiusura nei week end è assimilabile a ciò che avviene nei centri commerciali.
Inoltre la poca omogeneità dei provvedimenti in territori diversi genera ulteriori criticità. “Ad esempio la Lombardia dieci giorni fa ha disposto la chiusura dei centri commerciali nei week end – racconta Taruffi – e molti lombardi si sono riversati in quelli del piacentino, successivamente chiusi con un’ordinanza regionale dal presidente Bonaccini”.

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Capienza dei negozi, il calcolo non è normato nel dettaglio

Il problema dell’affollamento nei negozi e nelle grandi superfici di vendita è uno degli aspetti che segnala le mancanze contenute nella legislazione. L’unica situazione normata riguarda i locali inferiori ai 40 mq, per i quali è consentito l’accesso di una persona alla volta.
“Il protocollo di sicurezza approvato nel maggio scorso e allegato ai dpcm – osserva ai nostri microfoni Paolo Montalti, segretario della Filcams Cgil dell’Emilia Romagna – dispone che per le superfici superiori ai 40 mq debbano comunque essere evitati gli assembramenti“.

Per la capienza sopra i 40 mq, quindi, non c’è una direttiva chiara e univoca che permetta di calcolare quante persone possono entrare in un punto vendita nel rispetto del distanziamento. Si tratta di un rompicapo, che spesso si scontra con il bisogno di vendere per sopperire alla crisi economica. Non sempre, però, si riesce a garantire la sicurezza dei consumatori e soprattutto dei lavoratori, che trascorrono molto tempo all’interno dei negozi.
Alcuni grandi negozi, come ad esempio i supermercati che non sono soggetti a restrizioni dal momento che vengono beni di prima necessità, hanno optato per un semplice calcolo matematico. In sostanza hanno preso il dato della superficie di vendita e lo hanno moltiplicato per 0,5. In questo modo il numero della capienza risulta la metà del valore della superficie. Ad esempio in uno spazio di 600 mq possono entrare al massimo 300 persone contemporaneamente.
Questo calcolo, però, non tiene conto di alcuni fattori, come lo spazio sottratto dalle scaffalature, dai frigoriferi e dal personale. Per rendere chiaro il concetto, immaginate che nella vostra casa di 100 mq entrino 50 persone. In un calcolo più prudenziale, che tenga in considerazione la “tara” dei 40 mq, il numero di persone consentite si attesterebbe a 30.

La capienza però non è l’unico problema. Anche se nell’intero punto vendita non è presente un numero eccessivo di persone, ciò non è sufficiente affinché la clientela rispetti le norme, in particolare quelle sul distanziamento interpersonale e sul corretto utilizzo delle mascherine e dei guanti. Nonostante in molti negozi vengano costantemente trasmessi messaggi sonori in cui si invita la clientela a rispettare le norme, non è raro che si registrino assembramenti in specifici punti di interesse del negozio e una parte significativa del tempo del personale è dedicata a riprendere coloro che non indossano correttamente la mascherina o altri comportamenti irresponsabili. Il tutto con l’imbarazzo dovuto al ruolo, che non dovrebbe essere quello di vigilante.
“Specialmente in quelle aree dei negozi, come i reparti self service nei supermercati, in cui si le persone si possono assembrare – sottolinea Montalti – è necessario contingentare gli ingressi e le aziende devono vigilare”.

Un’ultima questione riguarda la salute di lavoratrici e lavoratori. Al momento non sono previste campagne di screening obbligatorio per chi opera nella grande distribuzione organizzata. Eppure quelle persone, specialmente se operano in settori essenziali come l’alimentare, sono tra le categorie più esposte perché non hanno mai smesso di lavorare, nemmeno durante il lockdown.
Se per i dipendenti pubblici, sanitari soprattutto, la Regione ha disposto uno screening di massa per testare lavoratrici e lavoratori, la verifica attraverso tamponi o test sierologici della salute di chi è impiegato nei supermercati è lasciata alla facoltà (e all’onere economico) di ciascuna azienda. Al punto che non risultano iniziative in questo senso.
“È un ragionamento che dovremo cominciare a fare – sottolinea Montalti – così come quello sulla chiusura domenicale dei supermercati che già abbiamo visto nella prima fase”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A PAOLO MONTALTI: