Ad Altedo, frazione di Malalbergo, nella profonda provincia bolognese, un progetto per la realizzazione di un polo logistico minaccia con una colata di cemento l’ultima risaia ancora attiva. Decine di ettari di territorio rurale potrebbero presto essere trasformati in capannoni e asfalto, consumando suolo, creando inquinamento e traffico e cancellando un patrimonio storico con la promessa di posti di lavoro e qualche ritocco “green” per rispondere alle scontate proteste ambientaliste.

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Polo logistico di Altedo: la genesi di un progetto

Siamo nella Bassa bolognese, la campagna a nord del capoluogo, e più precisamente al confine tra tre Comuni: Malalbergo, San Pietro in Casale e Bentivoglio. Qui è presente un’uscita dell’autostrada A13 Bologna-Padova, l’uscita Altedo per l’appunto.
«Due anni fa in Città Metropolitana fu approvato il Piano del Traffico – spiega ai nostri microfoni Lorenzo Mengoli, consigliere comunale di Bentivoglio e consigliere metropolitano – Nel piano era scritto che, in prossimità delle uscite autostradali fosse possibile realizzare poli logistici di grandi dimensioni, cioè superiori ai 10mila metri quadrati».

Non lontano dall’uscita di Altedo, nel territorio di San Pietro in Casale, nel 2019 fu approvata la realizzazione di un polo logistico sull’area dell’ex zuccherificio. Un progetto di 25 ettari di terreno, di cui una parte ottenuta dal recupero della struttura abbandonata.
A poca distanza, nel novembre del 2020 è stato approvato un altro progetto, questa volta sul territorio di Malalbergo, nella frazione di Altedo. Un’area rurale di 73 ettari dovrebbe cedere il posto ad un ulteriore polo logistico, che però andrebbe a ricoprire di cemento quella che è l’ultima risaia ancora attiva, proprietà di Sis (Società Italiana Sementi).

Per avere un quadro più completo del contesto, occorre dire che una decina di chilometri più a sud, nel territorio di Bentivoglio, insistono due grandi insediamenti industriali. Da un lato l’Interporto, un hub logistico di 300 ettari, in allargamento a 400, e il Centergross, un distretto per il commercio all’ingrosso che conta circa 100 ettari.
Entrambi gli insediamenti esistono da decenni e il primo è raggiunto anche da una linea ferroviaria, che avrebbe lo scopo di ridurre il trasporto su gomma. «Solo il 10% delle merci arriva all’Interporto via treno – sottolinea Mengoli – perché la linea non è attrezzata per il passaggio dei nuovi treni merci».

La legge urbanistica regionale e il fondo per la compensazione

La possibilità di gettare una colata di cemento sull’ultima risaia della provincia bolognese è contenuta nella contestata legge urbanistica regionale del 2017, curiosamente presentata come una legge per il “consumo di suolo zero”. Il provvedimento, in realtà, consente l’edificazione di quanto già previsto nei piani urbanistici dei diversi territori ed aggiunge un ulteriore 3% di possibilità edificatoria, che rende dunque possibile costruire il polo logistico di Altedo. «Qui continuano a dire “consumo di suolo zero”, ma si permette di costruire un ulteriore 3%», sintetizza il consigliere metropolitano.

Nell’elaborazione del progetto per il polo logistico di Altedo, gli amministratori comunali e dell’ex provincia hanno ritenuto però di introdurre un meccanismo perequativo. Il 50% degli oneri di urbanizzazione derivanti dalla costruzione del polo logistico, infatti, dovrebbe finire in un fondo di compensazione metropolitano che verrà utilizzato per opere ed azioni a favore dell’ambiente.
Lo stesso progetto, che insiste su un’area non raggiunta dalla ferrovia, prevede inoltre la realizzazione di una pista ciclabile e l’attivazione di una linea di bus per collegare la stazione di San Pietro in Casale al polo logistico, in modo da favorire la mobilità sostenibile di quelli che saranno i lavoratori del polo stesso. «Sappiamo benissimo – sottolinea Mengoli – che su mille dipendenti, 50 prenderanno la corsa del bus, 50 verranno in bicicletta e 900 verranno con l’auto».

Il cavallo di battaglia del lavoro, ma il clima?

Secondo le stime di chi ha elaborato i progetti, i due poli logistici quasi attigui produrranno, una volta a regime, tra i 1500 e i 1900 posti di lavoro (le stime variano molto a seconda del sito istituzionale che si consulta). Questo sembra essere l’argomento principale utilizzato da chi sostiene l’idea, forte anche di una crescita del delivery e della gig economy, il cosiddetto “modello Amazon”, che durante la pandemia ha catalizzato l’attenzione. La qualità di questa occupazione richiederebbe un’inchiesta a parte, ma quello che conta ora è che i pro potrebbero non bilanciare i contro.

Legambiente, Wwf e l’associazione “Primo Moroni” sono stati fra i primi a sollevare perplessità e critiche per il progetto, che avrebbe un forte impatto sul traffico della zona – dal momento che non sembra esserci un’alternativa seria al traffico su gomma – e conseguente aumento dell’inquinamento.
Non solo. La stessa cementificazione di terreni agricoli rischia di avere un impatto non trascurabile, di cui proprio la Bassa bolognese ha fatto esperienza per ben due volte nel solo 2019. A febbraio e novembre di due anni in fa, infatti, prima i Comuni di Argelato e Castel Maggiore poi quello di Budrio sono finiti sott’acqua per la rottura dell’argine o l’esondazione del Reno e dell’Idice. Due alluvioni che hanno molto a che fare con i cambiamenti climatici e l’azione antropica.

Ai nostri microfoni Alessandra Furlani della Bonifica Renana, il consorzio di bonifica che si occupa dei canali artificiali nella pianura bolognese, ha spiegato che il sistema di scolo delle acque fu ultimato negli anni ‘30, quando il territorio non era ancora così pesantemente urbanizzato. Il cemento, infatti, da un lato sottrae spazio all’acqua per essere assorbita dai campi, dall’altro aumenta la sua velocità, specie in un contesto in cui l’innalzamento delle temperature rende più rapido lo scioglimento delle nevi dell’Appennino. La conseguenza è che i bacini dei fiumi e dei torrenti si saturano più velocemente e la portata dei canali ad essi connessi non è più sufficiente ad accogliere ingenti masse idriche. Il rischio concreto è dunque quello delle alluvioni.

Il 15 dicembre scorso la Regione Emilia-Romagna ha presentato il “Patto per il Lavoro e per il Clima”, una sorta di manifesto che, per la prima volta in Italia, almeno nominalmente tiene insieme la questione dell’occupazione con la questione ambientale. Il progetto del polo logistico di Altedo sembra invece riproporre questa dicotomia, andando a produrre un forte impatto ambientale in nome della creazione di posti di lavoro.

La relazione paesaggistica sbagliata

L’iter di approvazione del progetto del polo logistico di Altedo è durato diverse settimane ed ha attraversato tutti i livelli amministrativi: i Comuni, le Unioni di Comuni e la Città Metropolitana. I rispettivi Consigli, dunque, hanno dovuto dare il via libera al progetto prima che questo potesse ritenersi definitivamente approvato.
Negli ordini del giorno votati nei Comuni e nelle Unioni, però, è contenuta una frase sbagliata, per non dire direttamente falsa: “dalla relazione paesaggistica presentata si evince che: l’area risulta essere un terreno agricolo di ex risaia, poi orientato a seminativo ed oggi incolto”.

«Su quei campi ci sono ancora le stoppie del riso raccolto due mesi fa», afferma il consigliere Mengoli, che si è accorto dell’errore e ha chiesto – inutilmente – di ripetere il voto. L’unico risultato che la sua battaglia ha ottenuto è che in Città Metropolitana venisse tolta la dicitura “e oggi incolto”.
Il punto è proprio che quei terreni non sono incolti e non sono una ex risaia, ma una risaia ancora attiva, perciò i consiglieri comunali e metropolitani che hanno dovuto esprimersi sul progetto, lo hanno fatto sulla base di informazioni sbagliate e fuorvianti.

Il vincolo paesaggistico e la battaglia ambientalista

Sul progetto del polo logistico di Altedo potrebbe non essere ancora stata scritta la parola “fine”. Lo spera vivamente il consigliere Mengoli, ricordando che quei campi al momento sono vincolati come “zona umida” e che finché non verrà rimosso quel vincolo il cemento non potrà essere versato.
Ambientalisti, attivisti, cittadini e cittadine stanno cominciando a muoversi e a fare rete. Sul tema è già stata creata una mailing list con cui le persone si scambiano informazioni.
Associazioni come Legambiente sottolineano la necessità di abbandonare la logica del consumo di suolo per passare a quella della rigenerazione urbana. In altre parole: se proprio si vuole costruire un polo logistico, si trovi un’area da recuperare, dove non debba essere il terreno agricolo ad essere sacrificato.

Ma è sul tasto della storia che Mengoli batte forte. Fino alla metà del Novecento il territorio della pianura a nord di Bologna era quasi interamente coperto di risaie, frutto di un faticoso lavoro di bonifica di aree paludose, trasformate poi in terreni produttivi che hanno garantito il sostentamento alimentare di intere generazioni.
Nelle risaie, inoltre, sono state condotte tante lotte bracciantili, che hanno contribuito significativamente anche all’emancipazione delle donne, le mondine. Il consigliere metropolitano non si rassegna al fatto che un progetto cancelli di colpo l’ultimo scampolo rimasto a ricordarci quel passato.

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