Le castagne matte in casa di Giorgio Morandi. Ph. Bianca Sophia Schroder

Ha non-inaugurato venerdì scorso la mostra collettiva “Castagne Matte”, a cura di Caterina Molteni, nella project room del Museo d’Arte Moderna di Bologna. Entrando nella grande sala siamo travolti dall’enorme opera di Gilbert & George che ci accoglie con un saluto alla morte. La coppia, quasi beffardamente, è rappresentata in posa dormiente, di rosa fuxia, in mezzo a un cimitero inglese. L’opera è Sleeping, del 1991, probabilmente acquisita dalla GAM in occasione della loro grande personale. Attorno a loro, a sottolineare le possibilità scaramantiche della ricerca artistica, una serie di piccole “isole” che, come scrive Molteni sul piccolo catalogo della mostra, raffigurano una ritualità che “appare come una delle strategie possibili per comprendere e affrontare situazioni e condizioni di emergenza.

Gilbert & George, Sleeping, 1991

La dimensione del rituale apre infatti a importanti riflessioni sull’individuo e sul suo corpo, sull’idea di comunità sociale e politica, sulla percezione della vita e della morte, basando le sue pratiche sui principi di un mondo ‘magico’. Legato all’ineffabile, esso rimanda a una dimensione dell’esistenza che non può essere catturata dal linguaggio descrittivo e che sfugge a tentativi normativi.” Così abbiamo Eva Marisaldi che costruisce un diadema (Crash, 1994) con nastri colorati, fil di ferro e vetri di automobili trovati a terra; le castagne matte (che danno il nome alla mostra) appartenute a Giorgio Morandi e prelevate dal suo cappotto (dicono che tenendole in tasca si scaccia il raffreddore), oggetti di epoca romana (laminette incise con iscrizioni e disegni di maledizioni, amuleti fallici, meduse e gladiatori) provenienti dal Museo Civico Archeologico di Bologna, scelti da Marinella Marchesi dell’Area Archeologia dell’Istituzione Bologna Musei, e, dulcis in fundo, la documentazione della mostra Metafisica del quotidiano, curata nel 1978 alla GAM da Franco Solmi, che offrì una riflessione sull’ambiguità rituale dell’opera d’arte. Tra le carte in mostra è bene citare una lettera di Harald Szeemann, probabilmente il curatore più importante al mondo, che lamenta come il museo non abbia risposto al telefono un giorno che lui era di passaggio a Bologna, facendoci così perdere la possibilità di una sua eventuale collaborazione alla manifestazione.

Piero Mana, Senza Titolo, 1984

Tra le opere in mostra, tutte riesumate dal caveau del museo – che in questo modo dimostra di saper far vivere la propria collezione – uno splendido Senza titolo di Piero Manai del 1984.

L’opera sicuramente più potente è un video di Paolo Chiasera intitolato The Following Days, del 2005, che vede nella campagna molinellese tre ragazzi davanti ad un’enorme scultura del volto di Pasolini, che brucia e poi esplode, lasciandoci estraniati e facendoci pensare alle problematicità legate ai monumenti, alla memoria e alle mitologie contemporanee.

La mostra è visitabile fino all’8 dicembre, ed è parte del ciclo RE-COLLECTING, ideato da Lorenzo Balbi, direttore del MAMbo. Il prossimo appuntamento sarà in mostra dal 19 novembre: Morandi racconta. Tono e composizione nelle sue nature morte, a cura di Giusi Vecchi.

La conferenza stampa: Lorenzo Balbi, Caterina Molteni e Roberto Grandi

La registrazione della conferenza stampa della mostra, con le voci di Caterina Molteni e Marinella Marchesi, di venerdì 23 ottobre è ascoltabile qui: