Dopo avervi raccontato come la Germania sta fronteggiando la pandemia da coronavirus, oggi il nostro viaggio si fa più corposo. In particolare abbiamo cercato di capire come si stanno muovendo altri Paesi, di cui tre europei e uno latinoamericano. I primi, dopo un iniziale temporaggiamento, si stanno velocemente muovendo verso un “modello italiano”, iniziando a chiudere molti luoghi e stabilendo altre restrizioni. Diversa la situazione in Brasile, dove il negazionismo complottista del presidente Jair Bolsonaro e il sistema sanitario debole rischiano di creare una potenziale catastrofe.

Pandemia in Francia: una veloce corsa ai ripari

Dopo aver ironizzato con lo sketch satirico della “pizza scatarrata” e con il video di Carla Bruni che finge i sintomi del coronavirus, la Francia sta velocemente correndo ai ripari. I casi riscontati, al momento, sono 7730 e i morti 175.
A raccontare la situazione ai nostri microfoni è Lorenzo Battisti, italiano che vive a Parigi. “Nei giorni scorsi i francesi minimizzavano, mi dicevano che ero paranoico e che il problema era italiano – osserva Battisti – Il lungo Senna era popolato di persone e sabato scorso le strade e i locali erano pieni di gente che usciva per divertirsi”. Nelle ultime ore, però, le strade e le metropolitane si sono svuotate.

Il repentino cambio di strategia è stato scandito da due discorsi del presidente francese Emmanuel Macron, che si sono fatti via via più seri.
“Oltre alla tipica retorica dell’unità nazionale, che in Francia viene utilizzata sempre – osserva il corrispondente – Ci sono due elementi che mi hanno colpito nei discorsi di Macron. Da un lato la negazione di tutto quello che ha fatto fino ad ora. Macron ha sostenuto la sanità gratuita e accessibile a tutti, quando negli ultimi due anni ha provocato proteste per tagli alla sanità, ai posti letto e privatizzazioni. Ha anche detto che non tutto può essere intermediato dal mercato e che ci sono beni e funzioni che non possono essere lasciati al mercato e che in generale si sarebbe assistito ad un rilancio dell’iniziativa pubblica nell’economia”.

Dall’altro lato, però, nel discorso di due giorni fa Macron ha nominato per ben 15 volte la parola “guerra”. “Sicuramente c’è l’obiettivo di unire i cittadini in uno sforzo patriottico per vincere il virus – sottolinea Battisti – però l’impressione è che ci sia anche una visione strategica che non è esplicitata e che bisognerà capire meglio”.
I discorsi di Macron hanno provocato reazioni di unità nelle altre forze politiche. A sinistra Jean-Luc Mélenchon ha apprezzato il cambio di tono in senso sociale e si è unito allo sforzo invitando tutti a restare a casa e mettendo a disposizione i propri militanti. Anche a destra avviene più o meno la stessa cosa, con Marine Le Pen che però, come Salvini in Italia, continua a chiedere la chiusura delle frontiere.

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Pandemia in Spagna: la situazione è grave

La Spagna è il secondo Paese europeo, dopo l’Italia, per sviluppo dell’epidemia. Ieri la conta dei contagiati superava le 11.200 persone e i morti sono già oltre 500. “I contagi sono sottostimati – spiega ai nostri microfoni il giornalista Luca Tancredi Barone, che si trova in Catalogna – perché la politica del governo è di fare i tamponi solo ai casi più gravi”.
Le restrizioni sono ormai in tutto e per tutto simili a quelle italiane, con la domiciliazione forzata e la chiusura di molte attività, mentre si rincorrono di giorno in giorno i provvedimenti e i decreti adottati dal governo di Pedro Sanchez.

La Spagna, per prima in Europa, ha avuto il coraggio di affermare che avrebbe requisito la sanità privata. “È previsto dalla Costituzione del 1978 – spiega il giornalista – e dettagliato da una legge del 1981. In questo momento lo Stato spagnolo può requisire la sanità privata, ma anche imporre ad un’industria di cambiare produzione e iniziare a produrre merce necessaria”.
In particolare, questa misura si concretizza con la facoltà data agli assessori regionali alla Sanità di decidere su base territoriale, se gli ospedali pubblici sono saturi, di requisire cliniche private.

L’emergenza sanitaria ha riacceso anche i malumori e le polemiche indipendentiste, soprattutto in Catalogna e nei Paesi Baschi. L’avocazione a sè dello Stato centrale di tutte le decisioni spaventa non poco le regioni autonome, in cui le ferite del recente passato non si sono mai rimarginate. “A mio parere – sottolinea Barone – si tratta di preoccupazioni immotivate e causate da quando al governo c’erano i popolari, che in modo disonesto hanno cercato di sottrarre funzioni alle regioni autonome”.

Uno dei temi più sentiti, però, è quello dello stop alla produzione. Come in Italia, anche Madrid non ha optato per un fermo totale delle attività produttive. “Ieri Sanchez ha emanato un decreto per ridurre la giornata lavorativa fino al 100% – osserva il giornalista – ma i governi non se la sentono di bloccare completamente l’economia, perché gli impatti potrebbero essere stratosferici”.
Il problema, però, rimane il rischio di contagio e di veicolare la malattia che molti lavoratori corrono recandosi sul lavoro con mezzi pubblici.

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Pandemia in Gran Bretagna: il clamoroso dietrofront di Johnson

In Gran Bretagna, fino a questo momento, ci sono 1950 contagiati e 71 deceduti. L’epidemia ha tardato rispetto all’Italia, ma sta rapidamente accelerando, con 400 nuovi casi al giorno. A raccontare la situazione ai nostri microfoni è Laura Marongiu, che si trova a Londra.
“Tutto è cambiato in modo repentino nel giro di tre quattro giorni, sia nei comportamenti dei cittadini, sia nelle posizioni e disposizioni del governo – racconta Marongiu – Se appena giovedì scorso il premier Boris Johnson affermava di non voler chiudere le attività, puntando sull’immunità di gregge, già da lunedì scorso ha iniziato a dare disposizioni alla cittadinanza”.

Alla base del dietrofront di Johnson ci sono sia i pareri della comunità scientifica, che ha contestato nel merito l’idea del premier inglese, alcuni affermando che pensavano fosse ironico, sia i comportamenti dei cittadini, che hanno cominciato ad autorganizzarsi e a chiudere le prime attività, a restare a casa.
In Uk non si è ancora arrivati al “lockdown” italiano, ma la strada sembra essere quella. Da un lato è già entrata in vigore la “self-isolation”, dall’altro molte attività dove le persone si assembrano hanno iniziato a rallentare o chiudere.

Molte incognite riguardano la sanità inglese, la National Health System (Nhc), che pur essendo pubblica è ridotta ai minimi termini e negli ultimi decenni “ha subìto molti più tagli di quella italiana”, sottolinea la corrispondente.
I posti letto sono pochi, gli ospedali sono già quasi al collasso, ma soprattutto la sanità inglese sconta una perenne carenza di personale, al punto che da tempo “importa” personale sanitario da altri Paesi e ora, con l’emergenza alle porte, pensa di reintegrare i medici in pensione o di far lavorare gli studenti di Medicina.

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Pandemia in Brasile: tra teorie del complotto e minimizzazioni

In Brasile il virus è arrivato in ritardo rispetto all’Europa e inizialmente a causa di cittadini europei che arrivano nel Paese o di latinoamericani che tornavano in patria. Ma mentre gli altri Stati del subcontinente iniziavano a mettere in campo le prime misure, ad esempio interrompendo i voli con l’Europa, il Brasile si è mosso in ritardo.
A raccontare la situazione ai nostri microfoni è il giornalista Luigi Spera, che si trova proprio in Brasile.

Come sappiamo, il presidente Jair Bolsonaro è risultato positivo al primo tampone, negativo al secondo e non si sa se il risultato dell’ultimo.
“Il presidente ha detto che se si contamina è una responsabilità sua e agli altri non deve interessare se stringe mani o abbraccia persone – racconta Spera – Tredici persone dello staff presidenziale di ritorno dalla visita ufficiale negli Stati Uniti sono risultate positive al coronavirus”.
Quel che è ancora peggio è la teoria del complotto evocata da Bolsonaro, secondo cui la diffusione del coronavirus sarebbe uno strumento per colpire e danneggiare l’economia brasiliana.

Minimizzazioni che vengo ripetute dalle chiese evangeliche, che fanno passare il messaggio che la malattia non esiste e che dio proteggerà le persone.
A questo si aggiungono una mancanza di informazioni, che fa sì che, da un lato, non si possa tenere sotto controllo l’andamento della pandemia e, dall’altro, che le persone non sappiano come muoversi. “La popolazione è spaccata tra chi inizia a preoccuparsi e chi continua la vita come sempre”, sottolinea Spera.
Le misure prese fino a questo punto, sia per quanto riguarda le restrizioni che per quanto riguarda l’economia, sono molto blande.

C’è però un ulteriore elemento che preoccupa in Brasile: lo stato della sanità pubblica. “È un sistema estremamente carente e non è in grado di rispondere alle esigenze già prima del coronavirus. Ad esempio non ci sono letti in terapia intensiva in nessun ospedale pubblico – sottolinea il giornalista – Chi ha la possibilità economica accede ad una sorta di assicurazione privata, ma le assicurazioni hanno detto che non sarebbero pronte a fronteggiare la situazione, scaricando la questione sulla sanità pubblica”.

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