Domani è il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Da quando anche in Italia si iniziarono ad organizzare iniziative istituzionali per celebrare la giornata – erano i primi anni del secolo – sono stati fatti molti passi avanti nel contrasto alla violenza di genere.
Molti Stati si sono dotati di uno strumento giuridico internazionale, la Convenzione di Istanbul. Anche le legislazioni nazionali si sono arricchite, ad esempio punendo lo stalking, introducendo strumenti nuovi come il codice rosso, ma anche finanziando (sebbene i fondi non sembrino bastare mai) i centri antiviolenza.

Violenti e schifosi: sta anche a noi maschi isolarli

Gli strumenti, dunque, ci sono. Certo, possono essere implementati, rafforzati, corretti, ma non partiamo dal nulla. Le leggi ci sono, gli strumenti di assistenza alle donne che decidono di fuoriuscire dalla violenza ci sono. A mancare è un significativo cambiamento culturale, che rimane il nodo centrale per contrastare un fenomeno trasversale alle classi sociali, alle culture e all’età.

In questo preciso ambito, quello culturale, un ruolo decisivo lo ha chi fa la nostra professione, chi scrive sui giornali o parla alla radio, chi realizza programmi televisivi, chi propone contenuti digitali.
Anche nella professione giornalistica qualche passo avanti è stato fatto. L’Ordine dei Giornalisti, attraverso la formazione obbligatoria continua, ha attivato numerosi corsi che forniscono strumenti per affrontare in modo corretto e puntuale il fenomeno della violenza di genere.
Il problema, però, è che a frequentare questi corsi sono giornalisti già sensibili all’argomento, che anche prima di iscriversi, si sono interrogati sull’importanza di comunicare in modo corretto.

I giornalisti sensibili al tema, però, in moltissimi casi non si trovano ai livelli apicali delle testate giornalistiche e ciò è in un certo senso “naturale” in una società saldamente patriarcale.
Ciò si traduce nel fatto che siamo tutte e tutti costretti a dover leggere ancora editoriali beceri, “opinioni” inqualificabili, spesso scritte in modo truce proprio per provocare una sensibilità di genere crescente allo scopo di fare un po’ di clamore e cercare disperatamente di ottenerne un po’ di visibilità. C’è tutto un trito e ritrito armamentario di argomenti, che passano dal victim blaming (colpevolizzazione della vittima), alla giustificazione dell’autore di violenza o, nel migliore dei casi, ad una minimizzazione della violenza stessa.

Queste narrazioni tossiche continuano ad inquinare la comunicazione pubblica ma, a differenza del passato, c’è una sensibilità crescente a contrastarle.
Uno scatto ulteriore, però, dovrebbe vedere un protagonismo maschile in materia. Tutti coloro che non si riconoscono nei Vittorio Feltri, nei Filippo Facci e negli altri “schifosi” – che continuano a vomitare il loro maschilismo con ancora più acredine, proprio perché si stanno rendendo conto che il loro privilegio sta venendo eroso – dovrebbero iniziare pubblicamente a prendere le distanze, a “disconoscerli”, a ripudiare anche per il genere maschile le bestialità che dicono o scrivono.

Il ragionamento, però, potrebbe essere esteso a tutti gli ambiti della vita. A quelle volte che al bar qualcuno fa un’uscita cameratesca e, pur non condividendola, non ribattiamo, al mansplaining a cui assistiamo senza opinare, a tutte le forme di violenza o di sessismo che abbiamo visto o sentito ma alle quali non abbiamo reagito.
Come qualcuna fa notare, il problema della violenza di genere è un problema degli uomini e dell’incapacità maschile di gestire pulsioni, emozioni e relazioni in modo non violento. Quindi noi maschi non possiamo cavarcela col dire che noi non esercitiamo violenza, ma dobbiamo prendere parte attiva nella battaglia culturale. Non possiamo autoassolverci perché, che lo vogliamo o meno, siamo coinvolti.