Ciò che si vive in carcere in questo momento è “una situazione di doppia ansia”. Così Mauro Palma, garante nazionale dei detenuti, parla ai microfoni della nostra trasmissione Mezz’ora d’Aria della condizione negli istituti di pena italiani.
Dopo le rivolte del marzo scorso e i casi di contagio registrati nelle celle, con anche alcune vittime, la tensione dettata dalla pandemia nelle carceri italiane non è mai scemata del tutto. E, appunto, la rabbia sembra aver ceduto il posto all’ansia.

Carcere, essere reclusi durante la pandemia

“All’ansia che ognuno di noi ha nell’indeterminatezza di un possibile contagio, di un virus che ci fa essere contemporaneamente vittime e portatori – osserva Palma – si aggiunge un’ansia interna, che è l’ansia propria di un luogo chiuso, dove l’ingresso del contagio potrebbe avere degli effetti dirompenti”.
Per il garante questa doppia ansia sta alla base anche delle rivolte del marzo scorso, quando è circolata la notizia che tutto sarebbe stato chiuso, cosa che invece si è tradotta con la sospensione dei colloqui per due settimane e li sostituiva con strumenti tecnologici di comunicazione.

“Il sentirsi in trappola è molto grave – sottolinea Palma – Io questo lo leggo anche adesso, però adesso prevale la preoccupazione, che porta a ragionare sui numeri”.
Il garante nazionale dei detenuti, infatti, sottolinea come il suo lavoro sia solitamente incentrato sull’aspetto qualitativo, sulla qualità del tempo trascorso in carcere, mentre la pandemia sta piegando la riflessione ad un aspetto quantitativo.
Bisognerebbe diminuire le presenze – afferma Palma – perché c’è bisogno di spazi qualora il contagio si diffondesse maggiormente”.

Dal punto di vista personale ed emotivo, in ogni caso, il nodo centrale rimane quello del tempo.
“Molto spesso il tempo in carcere è un tempo immobile, vuoto – ragiona il garante – Una persona non può avere mai un tempo senza significato nella propria esistenza. E questo è solitamente il problema più grave dell’attuale impostazione del sistema penitenziario”.
Un problema che non riguarda solamente i reclusi in seguito a condanna penale, ma anche i migranti rinchiusi nei centri per i rimpatri (Cpr), che vivono un’immobilità temporale che alla base anche delle manifestazioni di aggressività che si registrano in quelle strutture.

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