I detenuti avevano provato a dirlo come potevano, attraverso le rivolte di inizio marzo che hanno provocato 15 morti: le carceri sono potenziali bombe batteriologiche e occorre evitare che l’epidemia di coronavirus all’interno degli istituti penitenziari provochi una strage.
A quelle proteste sono secuite la repressione, con trasferimenti di detenut,i e dichiarazioni giustizialiste di esponenti politici. Ma anche alcune aperture della magistratura di sorveglianza e alcune norme nel decreto “Cura Italia” per fare uscire più persone di galera.
Nel frattempo, però, il virus è entrato ed ha contagiato sia le persone recluse che le guardie carcerarie. Per questo motivo, ieri, la Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà si rivolge al Presidente della Repubblica, alle Camere, ai sindaci e ai presidenti delle Regioni per chiedere che venga aumentato il numero di detenuti che può uscire dal carcere.

Carcere: la situazione dell’epidemia

Se i numeri dei contagiati tra la popolazione sono incerti, poiché ci sono centinaia di casi che non trovano la conferma dei tamponi, nelle carceri l’incertezza regna ancor più sovrana. Dai dati ufficiali, fino a ieri, 30 marzo, i casi accertati di contagio all’interno delle carceri italiane era di 15 persone tra i reclusi e 5 tra gli agenti di polizia penitenziaria, ma da una rapida rassegna degli articoli di stampa i conti non tornano. Restando ad esempio in Emilia Romagna, casi di contagio di registrano a Parma e a Bologna e le persone contagiate o sospettate di esserlo sforano i numeri forniti dal Ministero della Giustizia.
“Riceviamo decine di segnalazioni da parte dei parenti e a volte si tratta di voci non fondate, perché le famiglie hanno paura”, racconta ai nostri microfoni Susanna Marietti, coordinatrice dell’associazione Antigone.

Proprio con l’associazione che difende i diritti dei detenuti abbiamo fatto il punto della situazione. Da inizio marzo sono circa tremila le persone uscite dal carcere in virtù della legislazione ordinaria e che hanno avuto accesso agli arresti domiciliari. Tra queste si segnala anche l’attivista No Tav Nicoletta Dosio. Ciò è avvenuto perché i tribunali di sorveglianza hanno deciso di ampliare le maglie con cui stabiliscono misure detentive alternative al carcere.
Il decreto “Cura Italia” contiene misure che potrebbero portare ad un raddoppio di questo numero, ma le associazioni per i diritti dei detenuti sostengono che non basti, che occorre far uscire almeno 10mila persone.
Per questo motivo occorre cancellare alcune norme, come quella che vincola l’accesso alle pene alternative alla detenzione in carcere alla disponibilità del braccialetto elettronico. “Insieme ad altre associazioni abbiamo presentato alcuni emendamenti al decreto, proprio per incrementare ulteriormente il numero di persone che possono uscire – osserva Marietti – ed abbiamo predisposto una task force di 50 legali che stanno aiutando le persone a presentare domanda per accedere ai domiciliari”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A SUSANNA MARIETTI:

L’appello dei garanti dei detenuti

“I primi casi di positività al virus Covid-19 registrati in alcuni istituti penitenziari hanno riportato l’attenzione sui rischi connessi alla sua possibile diffusione in carcere, dove le misure di prevenzione prescritte alla popolazione in libertà non possono essere rispettate in condizioni di sovraffollamento, come ieri ha detto anche Papa Francesco”, hanno scritto ieri in un appello i garanti dei detenuti. Che ricordano anche come l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) e Comitato europeo per la prevenzione della tortura prescrivano “interventi deflattivi della popolazione detenuta che consentano la domiciliazione dei condannati a fine pena e la prevenzione e l’assistenza necessaria a quanti debbano restare in carcere”.

Per i garanti i provvedimenti legislativi presi dal Governo sono insufficienti. “Se anche raggiungessero tutti i potenziali beneficiari (6 mila detenuti, secondo il ministro della Giustizia) – si osserva nell’appello – sarebbero insufficienti (…). Con quelle misure non solo non si supera il sovraffollamento esistente (formalmente di 7 mila/8 mila persone, sostanzialmente di almeno 10 mila), ma non si garantisce neanche il necessario distanziamento sociale richiesto a tutta la popolazione per la prevenzione della circolazione del virus”.

Di qui l’appello affinché nell’esame del decreto-legge sulla riduzione della popolazione detenuta vengano adottate misure molto più incisive e, sottolineano i garanti, “di pressoché automatica applicazione, in grado di portare nel giro di pochi giorni la popolazione detenuta sotto la soglia della capienza regolamentare effettivamente disponibile”.

L’INTERVISTA AL GARANTE DELL’EMILIA ROMAGNA MARCELLO MARIGHELLI: