L’allevamento intensivo assomiglia più a una catena di montaggio fordista, dove ogni aspetto è progettato e monitorato per ricavare più profitto rispetto alla fattoria bucolica che costituisce il nostro immaginario. Ma al posto di lamiere e bulloni ci sono corpi viventi.
È questo il fulcro di “Capitalismo carnivoro” (Il Saggiatore), il libro di Francesca Grazioli che verrà presentato domani, venerdì 22 marzo, a San Giorgio di Piano all’interno del Festival della Divulgazione.

Al Festival della Divulgazione la presentazione di “Capitalismo carnivoro”

Francesca Grazioli si occupa di cambiamento climatico e sicurezza alimentare per il Centro di ricerca Bioversity International e nel suo libro affronta la questione della produzione e del consumo di carne con un approccio intersezionale. Attorno alla carne, infatti, non ci sono solo questioni etiche che riguardano la sofferenza animale e nemmeno solo l’impatto ambientale degli allevamenti, che comunque impegnano il 70% delle terre agricole coltivabili del pianeta.
Sul feticcio della carne, infatti, si innestano anche questioni di genere e ruoli sociali, ma anche rapporti di potere e problemi di democrazia ed uguaglianza.

In “Capitalismo carnivoro” Grazioli spiega come la produzione di carne costituisca un’oligarchia dove pochissime multinazionali hanno concentrato su di sè un enorme potere, al punto da controllare la quasi totalità del mercato globale.
«Ho cercato di indagare perché siamo usciti dalle fattorie e siamo entrati nelle fabbriche – spiega l’autrice – perché all’interno degli allevamenti intensivi ogni dettaglio è studiato verso due direzioni: diminuire i costi e aumentare i ricavi per aver maggiori profitti possibili. Ma a differenza della catena di montaggio di macchine, questo sistema si innesta su corpi vivi, sia di chi ci lavora, sia di chi è allevato».

Le dinamiche raccontate nel libro assomigliano molto a quelle dell’economia capitalistica predatoria, dove l’obiettivo è produrre più cibo a buon mercato e pagare meno i lavoratori. Le conseguenze di questo modello, quindi, hanno un impatto anche sociale ed economico, soprattutto per il fatto che attorno alla carne è stato costruito un mito a livello culturale.
Visti i forti impatti che la produzione di carne ha sul pianeta, negli ultimi anni la ricerca si è concentrata sullo sviluppo di tecnologie alternative, come la carne coltivata, che sono sicuramente più sostenibili del sistema attuale. «È importante chiedersi da chi è detenuta questa tecnologia, se riprodurrà l’oligopolio che c’è adesso o se è condivisibile», osserva Grazioli.

In ogni caso, anche le modalità alternative di produzione hanno una visione carnocentrica, forse proprio perché questo particolare alimento è caricato di una funzione che trascendono il mero sostentamento. «Oggi ci sono già delle opzioni che non mettono la carne al centro del piatto, ma a lato o addirittura fuori senza particolari rivoluzioni».

ASCOLTA L’INTERVISTA A FRANCESCA GRAZIOLI: