Napoli è universalmente una delle grandi città della musica, vuoi per un luogo comune vuoi per il gran numero di artisti e artiste, gruppi di ogni genere che per le sue strade si sono avvicendati anche solo negli ultimi trent’anni: un assaggio è il bellissimo film documentario Passione realizzato da John Turturro nel 2010. Al di là di questo ottimo spunto, dobbiamo però costatare che la rappresentazione delle sonorità della città partenopea è tutta avviluppata attorno al neomelodico – genere peraltro che andrebbe analizzato meglio e con più cura-, consegnando un’immagine caricaturale di Napoli, caratterizzata da una povertà cronica vissuta con un misto di fatalismo, superstizione e serenità della miseria.

A Pomigliano, la “Stalingrado del sud”, la Canta Napoli proletaria

Con l’appuntamento di Note a piè di pagina di oggi vogliamo provare ad entrare nel dedalo delle vie del centro storico di Napoli e di camminare nel suo immenso hinterland, dominato dai palazzi dell’edilizia popolare e i mausolei di rottami di un’industrializzazione tanto rapace e devastante quanto fallimentare. Il nostro focus sarà la Stalingrado del sud, Pomigliano d’Arco: nella classe operaia di Pomigliano e dei tanti comuni dell’area vesuviana si è sviluppata a partire dagli anni Settanta un forte laboratorio di cultura popolare che voleva conservare quel bagaglio tradizionale musicale di una zona agricola che stava per cambiare volto con la costruzione delle grandi fabbriche come l’Alfasud.

Al centro di questa storia sta l’esperimento, pienamente riuscito del Gruppo operaio E’Zezi: un laboratorio collettivo di musica popolare che ha visto come protagonisti i fratelli Angelo e Antonio De Falco fra gli altri e Salvatore Alfuso detto Sciascià, cantore operaio che poi avrebbe fondato il Collettivo operaio “Nacchere rosse”. L’idea che ha animato, e per certi versi continua ad animare questi progetti, è quella di non fare della tradizione un feticcio ma uno strumento di lotta per agire nel presente.
La voce dei “pazzarielli” continua a ricordare, senza mai stancarsi, la pressante domanda che si trova nel brano più noto della musica popolare di Pomigliano A’ Flobert: «ma pecchè per faticà pure a morte amm’affrunt?».

Per approfondire:
Giovanni Vacca, Il Vesuvio nel motore. Storia del gruppo operaio musicale ‘E Zezi, Manifestolibri, 1999.
Chiara Ferrari, Quando la classe lavoratrice canta.
Giovanni Vacca, Nacchere rosse. Il misterioso rito dell’agit folk, da “Alias” 5 novembre 2005

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