Il mondo della cannabis light ripiomba nell’incertezza a causa delle incursioni del mondo proibizionista che riverberano fin dentro l’aula del Senato. Addirittura, con il solito lessico sensazionalistico foriero di falsità, il leader della Lega, Matteo Salvini, parla di “spaccio di Stato” a proposito dell’emendamento che consente la vendita di canapa con un contenuto di Thc inferiore allo 0,5%. E poco importa se negli Stati Uniti di Donald Trump, con cui Salvini brama di farsi fotografare, è stata legalizzata la marijuana vera e propria: all’elettorato italiano anche una sostanza depotenziata deve apparire come pericolosa droga.

Cannabis light: l’origine della polemica

“C’è un fenomeno, quello della commercializzazione di cannabis light, che esiste da due anni e mezzo e che si basa sulla disobbedienza civile che chiedeva alle istituzioni di regolamentare la vendita del fiore di canapa a basso contenuto di thc”, ricostruisce ai nostri microfoni Luca Marola, inventore della cannabis light ed autore della trasmissione radiofonica “Non solo skunk” (in diretta ogni mercoledì alle 13.30 sulle nostre frequenze).
L’iniziativa ha avuto diversi ostacoli nei due anni di vita, con sequestri, processi e campagne mediatiche terrorizzanti. “Si è però riusciti a convincere una parte delle istituzioni a regolamentare un fenomeno buono e positivo – continua Marola – che in due anni e mezzo non ha generato alcun allarme sociale”.

La fine di questa battaglia poteva essere sancita all’interno della manovra economica in discussione in Parlamento, grazie ad un emendamento di un gruppo di parlamentari del M5S, col sostegno di Pd, Italia Viva e LeU. L’emendamento autorizzava la vendita di cannabis light e innalzava da 0,2 a 0,5 il limite di thc presente nella cannabis light. “La settimana scorsa sono riuscire a fare approvare un emendamento che regolamentava il settore e applicava una piccola accisa sulla produzione e sulla vendita”, spiega il giornalista.
Ed è qui che si sono levate le barricate proibizioniste. La comunità di San Patrignano, l’ex braccio destro di Carlo Giovanardi, Giovanni Serpelloni, hanno guidato la protesta della parte più conservatrice di Forza Italia, assieme a Fratelli d’Italia e la Lega, che hanno posto il dubbio della legittimità dell’emendamento nella Finanziaria, assediando la presidenza del Senato e la ragioneria dello Stato, fino al probabile stop dell’emendamento nella discussione in corso a Palazzo Madama.

I bastoni dei proibizionisti

Le ragioni evocate dagli oppositori della cannabis light sono essenzialmente due, di cui una tecnica, ma strumentale allo stop alla regolamentazione. “Da un lato si sostiene che l’argomento non è finalizzato con l’obiettivo della manovra economica – osserva Marola – dall’altro si adducono argomentazioni pretestuose sul famigerato parere dell’Istituto Superiore di Sanità, che invece è del Consiglio superiore di Sanità, che vieterebbe la cannabis light, mentre in realtà dichiarava soltanto che non vi erano elementi per escludere la pericolosità della sostanza”.
Eppure nelle manovre economiche ci finisce di tutto e la pericolosità di una sostanza non si può escludere per molte di quelle che sono regolarmente in commercio.

“I proibizionisti fin dal primo minuto avevano capito benissimo qual era il senso dell’iniziativa – osserva l’inventore della cannabis light – che era quello di normalizzare e rendere socialmente smorzato il concetto di cannabis nell’opinione pubblica. Al punto che per i proibizionisti è quasi più pericolosa la cannabis senza principio attivo, che non droga e che è regolamentata rispetto alla marijuana vera”. In altre parole, Salvini e soci sanno che la cannabis light è un pericolo per la narrazione proibizionista e mistificatoria sulla marijuana.

L’emendamento è stato stralciato dalla discussione sulla manovra economica e rappresenta l’ennesima occasione persa, ma Marola non si demoralizza: “È interessante capire se questa maggioranza è in balia di questi epigoni dell’ultimo proibizionismo, o se ci potrà essere da ora uno scatto di orgoglio per riproporre, con un decreto legge ministeriale o una proposta di legge, la regolamentazione che già avevano votato”.

I proventi economici e la lotta alle mafie

La piccola accisa che sarebbe stata applicata alla produzione e vendita di cannabis light avrebbe, secondo alcune stime, prodotto un gettito economico per le casse dello Stato pari a mezzo milione di euro iniziali, ma con una potenziale crescita dovuta allo sviluppo del settore e degli investimenti nella filiera commerciale agricola.
“Quello che già si sa perché è stato analizzato da uno studio universitario – sottolinea Marola – è che già oggi la cannabis light ha sottratto tra i 200 e i 400mila euro all’anno alle mafie, pari ad un 10% di proventi per la vendita di marijuana illegale”.

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