Ci sono voluti tre anni e mezzo e tre primi ministri, ma dopo questa lunga odissea, che a tratti ha assunto i toni della telenovela, da sabato scorso la Gran Bretagna è ufficialmente fuori dall’Unione Europea.
La “hard Brexit”, l’uscita senza accordo di cui si è tanto parlato, in realtà non c’è perché la transizione durerà 11 mesi, fino al primo gennaio 2021. Le incognite aperte, però, sono molte, a partire dai temi del commercio e del lavoro, per arrivare agli almeno 36 miliardi di euro che i britannici dovranno versare agli europei.

Brexit: la vita in Uk nel primo week end extracomunitario

Per farci raccontare come sono trascorse le prime ore dopo l’entrata in vigore della Brexit, abbiamo raggiunto Laura Marongiu, cittadina italiana che vive a Londra.
“Come potete immaginare, all’atto pratico non è cambiato nulla – racconta Marongiu – Però la Brexit viene vissuta in modo molto emotivo, sia da chi era per il remain, che vede con preoccupazione questa chiusura, sia per la comunità europea e internazionale e sia per chi era per il leave”.

La carica di nazionalismo che la Brexit porta con sè ha già iniziato a manifestarsi. A Norwich, nell’est del Paese, ad esempio, in un palazzo popolare qualcuno ha affisso un cartello in cui si sostiene che sarà proibito parlare qualunque lingua che non sia l’inglese.
Proprio come in Italia e in altri contesti dove il sovranismo è maggioritario, si verifica la dicotomia centri cosmopoliti vs periferie nazionaliste, come ci conferma anche l’italiana a Londra. “Qui viviamo in una bolla ed ha fatto una certa impressione vedere Farage, la sera del 31 gennaio, festeggiare nella piazza del Parlamento”.

La questione scozzese

Una delle controversie che è destinata a suscitare nuove polemiche riguarda la Scozia. Nel referendum del 2016 gli scozzesi hanno bocciato la Brexit e da allora hanno sempre detto che vogliono restare in Europa, anche se questo significasse uscire dal Regno Unito. In questo senso va il voto del Parlamento scozzese dello scorso 29 gennaio, con cui si chiede un nuovo referendum sull’indipendenza. Richiesta già bocciata dal premier Boris Johnson, ma la partita non è certo finita e potrebbe coinvolgere anche l’Irlanda del nord.

Il discorso di Boris Johnson

A prevalere fra i cittadini, dunque, è l’incertezza e la scarsità di informazioni su quello che succederà. Dubbi che non vedono sbocchi positivi dopo il discorso di questa mattina del premier Johnson.
L’accordo che il premier vuole “non richiede alcun allineamento alle regole e agli standard Ue sulla politica della competizione, i sussidi, la protezione sociale, l’ambiente o nulla di simile”. Il premier Tory ha assicurato che su queste materie, a rischio di concorrenza sleale per i 27, Londra avrà standard elevati, ma senza accettare di regolarle “in un trattato”.

Per quanto riguarda il commercio, ad esempio, molte cose sono ancora da decidere. Proprio a partire dal confine tra Irlanda del nord ed Eire, dove l’Ue vorrebbe mantenere una situazione simile a quella attuale. Più in generale, se Uk e Ue non riusciranno a mettersi d’accordo entro la fine di questo anno, si rischia la comparsa di barriere doganali. In caso di aumento dei costi per l’export a essere colpiti di più sarebbero i settori direttamente dipendenti dai processi di globalizzazione e quindi automotive e trasporti, macchinari, elettronica, tessile e arredamento, agroalimentare e materie prime.

Le preoccupazioni di italiani ed europei

La posizione dei cittadini europei presenti in Gran Bretagna non cambierà almeno fino al 31 dicembre 2020, in virtù del Settlement Scheme, a cui gli europei dovranno iscriversi. Tuttavia qualcosa cambierà e non di poco.
Innanzitutto si differenzieranno le posizioni di chi è già presente in Uk e chi, invece, ha intenzione di trasferirvisi in futuro. I primi manterranno i diritti acquisti, mentre i secondi saranno soggetti ad alcune restrizioni. In particolare, per i lavori non qualificati, come cameriere o parrucchiere, i cittadini europei potranno trasferirsi solo se hanno già un contratto di lavoro e potranno soggiornare per un periodo di tempo limitato. Per i professionisti, come medici o docenti, invece, si parla di un permesso di soggiorno più lungo.

A partire dal 2021, però, gli europei in Gran Bretagna saranno comunque vincolati al lavoro. Se lo perdono, avranno 60 giorni per trovarne un altro, pena la perdita del permesso di soggiorno e il rischio di espulsione.
Anche i cittadini britannici presenti in Ue avranno delle restrizioni. Se è vero che potranno restare nel Paese europeo in cui vivono, non potranno però spostarsi all’interno degli altri Stati membri europei.
Per entrambe le parti, inoltre, sarà necessario munirsi di passaporto e visto elettronico qualora si decida di entrare per motivi turistici.

ASCOLTA L’INTERVISTA A LAURA MARONGIU: