Il destino di BolognaFiere definitivamente nelle mani dei privati? L’ipotesi che aleggia da tempo continua a non piacere a Sgb e a lavoratrici e lavoratori, che oggi si sono riuniti in assemblea per fare il punto della situazione, dopo gli oltre due milioni investiti dall’azienda per gli incentivi all’esodo della forza lavoro e il progressivo aumento dei carichi lavorativi a chi invece continua ad essere impiegato.

BolognaFiere e il nuovo pressing per la privatizzazione

Il presidente della Camera di Commercio di Bologna, Valerio Veronesi, ha recentemente dichiarato: “I tempi stanno diventando maturi per iniziare a ipotizzare un percorso di privatizzazione della Fiera”.
Non è la prima volta che questa opzione viene avanzata negli anni, ma di fronte all’ulteriore proposta degli ultimi giorni insorge il Sindacato Generale di Base (Sgb) che non si “limita” a ribadire la propria ferma contrarietà alla privatizzazione di BolognaFiere – definito un “tentativo di scippare definitivamente alla città la Fiera, che è invece una risorsa cittadina comune” – ma che denuncia l’inesorabile peggioramento delle condizioni lavorative dei dipendenti.

Già qualche anno fa, nel giugno 2016, era stata avviata la procedura di licenziamento di 123 dipendenti part-time, ritirata poi pochi mesi dopo in seguito alla risposta in quel caso compatta e organizzata dei lavoratori. Questi ultimi, tuttavia, restano costantemente in allerta perché ritengono che, sebbene quel primo tentativo si sia rivelato fallimentare, l’azienda non abbia cambiato i suoi obiettivi finali, quanto le strategie per attuarli.

I lavoratori coordinati da Sgb denunciano il fatto che a partire dallo scorso giugno, in seguito ad un accordo con altre rappresentanze sindacali, l’azienda ha avviato un processo sia per la diminuzione del personale a tempo indeterminato, sia per lo spostamento di parte dei restanti presso società satelliti del gruppo BolognaFiere. Basti pensare all’ingente numero di incentivi proposti a decine di dipendenti per la buonuscita (stanziati investimenti per 2.3 milioni di euro), oppure alla richiesta di isopensione per altri 13 lavoratori.

Di fatto, questi meccanismi vanno ad incidere fortemente sulle condizioni lavorative dei dipendenti, provocando la costante riduzione del numero dei lavoratori, in particolare di quelli a tempo indeterminato, la diminuzione delle ore lavorabili, il dislocamento dalla “casa madre”, talvolta l’imposizione dell’uso di tecnologie a svantaggio degli stessi lavoratori.
Altro fattore di peggioramento delle condizioni lavorative, riportato come esempio da Rosella Chirizzi di Sgb ai nostri microfoni, è la decisione di subaffittare il padiglione 33 alla società Virtus. Nonostante il contratto aziendale preveda che per ogni evento o manifestazione realizzata all’interno della Fiera si debba far riferimento ai dipendenti della struttura, la Virtus non fa uso del personale interno, provocando così una riduzione delle ore lavorabili.

“Nel momento in cui BolognaFiere ha così abbondanti utili (l’attuale bilancio dell’azienda si attesta intorno ai 170.8 milioni di euro, mentre se ne prevede uno di 200 milioni) – ribadisce Chirizzi ai nostri microfoni – dovrebbe essere tenuta a reinvestire nel sociale, nel territorio”. Invece, nonostante ci siano posti di lavoro disponibili e la stessa azienda porti avanti progetti di espansione edilizia, investimenti e ricadute sul territorio sembrano essere inesistenti. L’appello all’assunzione dei lavoratori precari storici – alcuni perfino da 30 anni – resta disatteso.

L’assemblea di oggi dovrebbe vagliare anche le possibili modalità di risposta e le più efficaci forme di azione. In particolare, potrebbe essere proprio l’attuale presenza di ArteFiera 2020 a fornire il palcoscenico per uno sciopero più risonante e incisivo. “Se questo è il futuro dell’azienda, se BolognaFiere continua a percorrere questa strada – conclude Chirizzi – queste sono le ricadute: le casse ingrassano, ma non vi saranno conseguenze positive sul lavoro buono”.

Teresa Fallavollita

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