Sono passati vent’anni dal giorno in cui Bologna ebbe il proprio “battesimo” No Global. Il 12 giugno del 2000, infatti, a Bologna si aprì la conferenza Ocse, dedicata alle piccole e medie imprese e nelle piazze fece la sua comparsa un movimento che, nella sua dimensione globale, segnò un’epoca. Prima di Bologna c’era stata solo la contestazione di Seattle al vertice del Wto (Organizzazione Mondiale del Commercio) e solo dopo vennero altre giornate importanti, come quelle a Praga, a Napoli, fino alla durissima repressione a Genova durante il G8 del 2001.

No Global: la piazza No Ocse

“Bologna No Ocse fu fondamentalmente l’anticipo del movimento che poi ha portato a Genova l’anno successivo – ricostruisce ai nostri microfoni Marco Trotta, uno dei protagonisti di quella stagione – C’era un evento in città sconosciuto, perché nessuno avrebbe mai immaginato che l’Ocse si sarebbe riunita a Bologna, e addirittura ci fu chi fece confusione, pensando si trattasse dell’Osce e non dell’Ocse”.
In sostanza il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo (Ocse) era un “simposio d’affari” per stabilire contatti e influenzare dichiaratamente le politiche dei governi.

In quel giugno 2020 in una città militarizzata si svolse una manifestazione contro la riduzione degli uomini a merce. “Quando cominciarono ad arrivare i documenti – ricorda Trotta – ce li scambiammo via mail, che era l’unico strumento che avevamo a disposizione, e capimmo che si trattava di uno di questi grossi eventi di agenzie transnazionali che decidevano le sorti di tutti senza avere alcuna legittimità democratica”.
Di lì l’idea di dare vita ad una contestazione (che fu repressa da cariche poliziesche) sotto l’egida di “Contropiani“.

Il Bologna Social Forum, con cui ci si organizzò e si discusse per presentarsi a Genova nel luglio del 2001, nacque solo in seguito alle giornate No Ocse.
“Il Bologna No Ocse fu anche la tempesta perfetta che si infilò in due cose. Una fu che la sinistra per la prima volta dal dopoguerra perse il Comune di Bologna. A Palazzo D’Accursio, infatti, in quei giorni sedeva Giorgio Guazzaloca. Il secondo aspetto riguarda i temi che cominciavano a girare e a infornare le discussioni, che sono stati incredibilmente premonitori: è allora che si cominciò a parlare di reddito di cittadinanza, di ambiente e di tecnologie”.

La lezione di quel movimento

L’avvio della stagione No Global rappresentò un momento importantissimo anche di innovazione politica. “Non esistevano documenti comuni, riunioni, capannelli o vertici – continua l’attivista – ma c’erano assemblee di discussione molto libere, c’erano quelle che venivano chiamate ‘cornici’ dentro le quali si organizzavano gli eventi di contestazione, sia la comunicazione e i diversi documenti, ma anche seminari e workshop. La città universitaria fu completamente colonizzata da workshop alternativi per parlare dei temi che avevamo a cuore e contestavano gli argomenti dell’Ocse”.

Più in generale, quella stagione fu contraddistinta da trasversalità, orizzontalità e capacità di inclusione ed è forse questa la lezione più grande che ha lasciato il movimento No Global. “Il Social Forum non era un’organizzazione – conclude Trotta – ma una modalità di tenere insieme le differenze verso un unico obiettivo. E quando questo avviene si è molto potenti. Non a caso in quel momento noi riscrivemmo l’agenda del Paese e della città. Tante cose che sono venute dopo sono state fatte in quel modo perché l’agenda era stata riscritta dai movimenti”.

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