Lunedì 13 gennaio, alle ore 18, Librerie.Coop Ambasciatori ospita la presentazione del libro “Storia sociale della bicicletta” (il Mulino) del professore Stefano Pivato, docente di Storia contemporanea all’Università di Urbino. Interverranno con l’autore Annamaria Tagliavini e Nadia Urbinati. Ai nostri microfoni, Pivato ripercorre brevemente quelle che sono le principali fasi dell’evoluzione della bicicletta, dalla sua creazione all’affermarsi di una vera e propria “mania” nazionale, ponendo l’accento sui maggiori punti di contatto con avvenimenti cruciali della storia italiana dell’ultimo secolo e mezzo.

Bicicletta: un’evoluzione che rispecchia le vicende d’Italia

Se già dagli ultimi decenni dell’Ottocento la bicicletta “safety” – prototipo della bici che tutti noi oggi conosciamo – si sostituisce al biciclo, è solo dall’inizio del ventesimo secolo che i nuovi modelli si popolarizzano.
Questo processo, che caratterizza i primi 20-30 anni della storia della bicicletta, è frutto della combinazione di più fattori: l’iniziale produzione artigianale viene successivamente affidata a piccoli fabbricanti, permettendo una riduzione dei prezzi; a ciò si aggiunge il generale aumento dei salari dell’inizio del Novecento.

Bicicletta

Un’ulteriore popolarizzazione della bicicletta avrà luogo con il fascismo, in particolare durante il periodo autarchico della fine degli anni Trenta, quando questo nuovo mezzo viene di gran lunga preferito ai veicoli a motore.
La sua diffusione continua a fiorire per tutto il dopoguerra, subendo un brusco arresto solo agli inizi degli anni Sessanta, con l’avvento dell’utilitaria: sono gli anni della motorizzazione, che sancisce “l’elogio funebre della bici”.

Bicicletta come scandalo morale: minaccia alla pudicizia e alla dignità

“Fin da quando la bicicletta apparve – osserva Pivato – la pedalata delle donne è stata fortemente ostacolata dalla morale pubblica. Si riteneva infatti, sulla base di rapporti medici, spesso scritti da autorevoli cattedratici universitari, che l’andare in bicicletta costituisse per la donna una sorta di onanismo. Stessa sorte anche per i preti, perché andando in bicicletta si scompongono le vesti, e ciò era considerato disdicevole. Inizialmente è proibita anche per i militari per lo stesso motivo: non si può scomporre la divisa. Tutto questo gradualmente cade”.

Le donne si riapproprieranno del velocipede a partire dagli anni Trenta, sull’onda della spinta fascista all’attività fisica. Per quanto riguarda la categoria degli ecclesiastici, invece, si dovrà attendere il decennio successivo, quando la televisione sdoganerà l’immagine del prete a cavallo della bicicletta (generalmente un modello femminile), a partire dalla celebra sfida in sella tra Don Camillo e Peppone.
Secondo Pivato, solo dopo 70-80 anni dal suo ingresso nella società si possono considerare definitivamente decadute le riserve nei confronti della bicicletta.

Uno sguardo al futuro: quale sarà il prossimo passo?

Al giorno d’oggi, in una realtà caratterizzata da un’inedita ondata di sensibilizzazione sul tema ambientale, la bicicletta ricopre più che mai un ruolo da assoluta protagonista. “Se alla fine dell’Ottocento la bicicletta rappresenta la modernità – conclude l’autore – oggi rappresenta la polemica contro un certo tipo di modernità, quella inquinante”.
La bicicletta costituisce quindi il futuro, una reinterpretazione della definizione stessa di “modernità”. “Strumento di svago e di lavoro, simbolo di libertà” e, perché no, emblema di resistenza in una società non più solo frenetica, ma anche irrimediabilmente oppressa dalla crisi ambientale.

Teresa Fallavollita

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