Dentro al documentario di Spike Jonze sabato 23 Maggio h 16.15 @ Afternoon Tunes

Ci si può commuovere davanti alla storia dei Beastie Boys? La risposta è si. Non una semplice biografia di una band ma la narrazione di un profondo legame di amicizia tra i tre rappers di NYC. La hit “Fight for your right (to party)” e la proiezione del trio nel mainstream americano in giovane età. Il crash finanziario a cui segue il flop di “Paul’s boutique” ed il ritorno a suonare nei club con l’album successivo “Check your head”. Mancati dal sottoscritto di un soffio al Velvet (anno1992) dove si dovevano esibire con gli Screaming Trees, lasciarono il locale prima della gig (ma questo non viene narrato). La crescita come musicisti con “Ill Comunication” ed il celebre riff di Adam Yauch di Sabotage (con tanto di video memorabile di Spike Jonze autore del documentario). Il ritorno alle grandi folle come headliners nei festival con “Hello Nasty”. Infine il ricordo del loro amico Adam Yauch (MCA) scomparso per cancro ai polmoni nel 2012. Due ore intense su una storia narrata a teatro da Adam Horowitz (Ad Rock) e Michael Dimond (Mike D) documentata dal regista dei loro video di maggior successo Spike Jonze. Ne parleremo sabato 23/05 (h16.15) ad Afternoon Tunes Rcf con tanto di supporto musicale.

Ecco il trailer:

Qui la recensione di Luca Roncoroni per SentireAscoltare

Spike Jonze e i Beastie Boys: un tandem che aveva già funzionato (alla grande) ai tempi del video di Sabotage, e che ora torna in sella per Beastie Boys Story. Il documentario firmato dal regista statunitense è di fatto la controparte visiva di Beastie Boys Book, pubblicato nel 2018. Il film è sì un modo per ripercorrere tutto il percorso del trio, ma anche – e soprattutto – un’occasione per ricordare Adam Yauch, scomparso per cancro nel 2012, a cui il documentario è dedicato.

Non c’è da aspettarsi il classico compitino con un taglio ormai tipicamente à la Netflix, con i protagonisti intervistati separatamente e comodamente sul divano delle rispettive case (vedi Hip Hop Evolution). Qui Horovitz e Diamond si mettono in gioco in prima persona, in un live-show teatrale condotto in coppia e montato dallo stesso Jonze. È emozionante godere dell’infinito materiale d’archivio (foto e filmati d’epoca, interviste, concerti, video musicali eccetera) partecipando “in diretta” alla reazione del pubblico, seguendo la narrazione lineare dei due mattatori; che, va detto, hanno tempi incredibili e si muovono nel format perfettamente a loro agio, da navigati intrattenitori.

Il racconto parte dai primi passi del nome Beastie Boys, passa per i tanti capolavori licenziati dai tre nel corso degli anni e si conclude con l’ultimo concerto, facendo la spola tra le diverse location di registrazione (dalla nativa NY alle lussuose ville di Los Angeles) senza risparmiare i momenti più delicati: la separazione con Kate Schellenbach, il nauseante tour circense di Licensed to Ill tra falli giganti e ballerine ingabbiate, la rottura con Def Jam. Paradossalmente, in tutto questo a venire lasciata spesso sullo sfondo è la parte musicale; nell’arzigogolato e cangiante percorso dei tre, sempre capaci di spaziare e rinnovarsi senza mai adagiarsi in formulette consolidate, quanto concesso ai dischi veri e propri è veramente poco. Si parla tanto e soprattutto del rap-rock (finto) festaiolo di Licensed to Ill, della ricchissima tavolozza del capolavoro –  e allora incompreso – Paul’s Boutique, e del ritorno al suonato vero e proprio con il crossover meticcio di Check Your Head. Ma – per fare qualche esempio – Ill Communication viene citato solo in riferimento al suo successo commerciale, e le oblique derive elettroniche di un Hello Nasty sono solo vagamente accennate («il nostro lavoro più sperimentale» e stop).

Tutto legittimo, per carità: quello che alla lunga emerge e rimane più di tutto è in primo luogo l’amicizia ultratrentennale tra i tre protagonisti, e l’enfasi è volutamente insistita sul personaggio di Yauch, sulla sua creatività e sulla sua ecletticità. Vulcano di idee, multistrumentista dotato, perfino paladino dei diritti civili per la causa tibetana nella sua amicizia con il Dalai Lama a un certo punto; non il tipo che si unisce a una causa, quanto piuttosto quello che fonda il suo stesso movimento per condividerne le idee. Più che a un documentario musicale, siamo quindi davanti a un film sull’amicizia, sul coraggio dei tre di restare sempre insieme e di non fermarsi davanti ai tanti momenti di down, di andare ben oltre quella ristretta dimensione da party-boys casinisti che li aveva venduti ai tempi dell’esordio.

E così, dalle parole commosse dei due compagni rimasti, resta nelle orecchie e nel cuore soprattutto la goliardia scanzonata e sempre autoironica di questi «tre cazzoni» che crearono «un masterpiece», per citare le parole di Rolling Stone di allora, e tanti altri dopo di quello. Perché, come risponde Horovitz a una domanda scomoda, «meglio essere ipocriti che restare la stessa persona per tutta la vita». Sipario, applausi (e robottone di Intergalactic).