Un pubblico ministero che chiede due volte l’archiviazione, nonostante l’opposizione del Gip, di un’inchiesta sull’uccisione di un’intera famiglia in Yemen per mezzo di armi italiane che, secondo le leggi, non potevano essere esportate. Sono questi gli ingredienti di una vicenda giudiziaria che sarà un’ottima cartina di tornasole per capire quanto contano i diritti umani e la legge stessa nel nostro Paese.
Come rileva la Rete Italiana Pace e Disarmo, il 20 dicembre prossimo, a Roma, si terrà un’udienza cruciale per l’Italia per perseguire i responsabili della morte di civili inermi durante la guerra in Yemen.

Una famiglia in Yemen sterminata da armi italiane: la vicenda

La vicenda al centro dell’inchiesta giudiziaria comincia nel 2016, quando la Coalizione militare guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti compie un attacco aereo che uccide una famiglia di sei persone, civili inermi, nel villaggio di Deir Al-Hajari, nello Yemen nord-occidentale.
La guerra in Yemen è cominciata l’anno precedente ed erano già emerse denunce nei confronti dei crimini di guerra compiuti in particolare dall’Arabia Saudita.
I resti di bombe ritrovati sul luogo dell’attacco si rivelano essere stati prodotti da Rwm Italia, una filiale del produttore di armi tedesco Rheinmetall Ag.

La vicenda viene presa a cuore dall’European Center for Constitutional and Human Rights, dall’organizzazione yemenita Mwatana for Human Rights e dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, che nel 2018 hanno presentato una denuncia penale contro i dirigenti di Rwm Italia e alti funzionari dell’Autorità nazionale italiana per l’esportazione di armamenti (Uama).
Ne nasce un’inchiesta giudiziaria di cui, però, il pubblico ministero chiede l’archiviazione, tra l’altro giustificando l’esportazione di armi italiane con la generazione di posti di lavoro e le condizioni finanziarie della Rwm Italia.

Le organizzazioni pacifiste, a quel punto, si rivolgono al Gip di Roma e fanno appello contro la decisione. Il giudice dà loro ragione, sostenendo, tra le altre cose, che «l’obbligo dello Stato di salvaguardare i livelli occupazionali non può giustificare una deliberata violazione delle norme che vietano l’esportazione di armi verso Paesi potenzialmente responsabili di gravi crimini di guerra».
In particolare, ci sono leggi nazionali e internazionali che vietano l’export di armi italiane in Paesi in stato di conflitto. «C’è la legge 185 del 1990 – ricorda ai nostri microfoni Francesca Cancellaro, avvocata che segue il caso – che si intreccia però anche con la disciplina sovranazionale a cui l’Italia è vincolata, come il Trattato sul commercio di armi e la posizione europea comune del 2008».

Sia chi ha esportato le armi in Arabia Saudita che chi ha concesso le licenze per farlo, cioè l’Uama, ha agito in aperta e grave violazione delle leggi.
Cionostante, il pm ha chiesto nuovamente l’archiviazione del caso ed è per questo che il prossimo 20 dicembre sarà un momento topico.
Quel giorno, infatti, si terrà un’udienza con cui le tre organizzazioni che hanno sollevato il caso torneranno davanti al Gip. «Chiederemo l’imputazione coatta che ci consenta di avere un processo per le responsabilità assolutamente dimostrabili in giudizio», spiega Cancellaro.

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