Nonostante la legge 185/1990 vieti l’esportazione di armamenti verso Paesi in guerra o che violano gravemente i diritti umani; nonostante il Parlamento Europeo esorti gli Stati membri a sospendere anche i trasferimenti già autorizzati ma non ancora consegnati; nonostante il ministro degli Esteri in persona, Luigi di Maio, abbia firmato lo scorso ottobre l’atto interno ministeriale che interrompe la vendita di future armi alla Turchia (sebbene non si faccia riferimento alle armi già accordate ma non ancora consegnate), l’Italia continua a vendere armi ad Ankara. Anzi, nell’ultimo anno è stato registrato un notevole aumento, raggiungendo valori senza precedenti nella storia delle “relazioni armate” tra i due Paesi.

Si parla infatti di esportazioni di armi e munizioni per una cifra che si attesta intorno ai 102 milioni di euro. Per rendersi conto delle proporzioni, basti pensare che il 2012 – anno di maggiore espansione del commercio di armamenti verso il Paese turco, che al tempo deteneva il record assoluto – non superò i 90 milioni di euro.
Il picco proprio nel mese dell’offensiva delle truppe di Erdogan contro le popolazioni del Rojava, nel Nord-Est della Siria.

Armi alla Turchia, gli affari dell’Italia

La giustificazione presentata dall’unità che presso la Farnesina si occupa delle autorizzazioni alle esportazioni di materiale di armamento fa appello alla partecipazione del Paese all’interno della Nato come stato membro, dipingendo la Turchia come alleato fondamentale sul territorio contro le milizie dello Stato Islamico, ma è paradossale che il “baluardo anti-Isis” utilizzi queste stesse armi occidentali per annientare invece le popolazioni curde, tra i principali oppositori dello Stato Islamico. Sulla base di queste motivazioni – o per meglio dire, pretesti – l’Italia autorizza l’esportazione di una quantità ingente di armi e munizionamento.

Sulla base delle statistiche ufficiali, la principale impresa italiana interessata in questo commercio risulta essere l’ex Finmeccanica, oggi Leonardo, che alla Turchia vende sistemi di armi complessi, tra i quali elicotteri, sistemi radar e altre tipologie di armamenti.
L’indagine di Duccio Facchini, direttore di Altreconomia, si sofferma invece su soggetti meno noti, ma che giocano allo stesso tempo un ruolo decisivo in queste trame, in particolare aziende addette al munizionamento pesante, domiciliate in provincia di Roma.
Dati Istat alla mano, è dalle aziende in provincia della capitale che sono partite tra il 2018 e il 2019 le quote più rilevanti di armi e munizioni dirette verso Ankara. Tra queste spicca il nome di “Meccanica per l’elettronica e servomeccanismi” (MES), esportatrice di munizioni e spolette, allo stesso tempo partner e fornitore del ministero della Difesa.

Il business delle armi e la narrazione ufficiale

Impossibile alcun tipo di fraintendimento: è per tutti chiaro, dal produttore all’acquirente, allo stesso governo italiano, l’utilizzo esclusivamente militare di queste tipologie di armamenti. Pur non essendo pienamente a conoscenza dei precisi teatri nei quali questi verranno poi utilizzati, non viene concesso il beneficio del dubbio sul loro scopo originario.
“Rimanendo nel campo della realtà – ribadisce Facchini ai nostri microfoni – non c’è alcun dubbio che si tratti di forniture militari, tant’è vero che devono essere autorizzate dall’unità della Farnesina che si occupa delle esportazioni di materiali di armamento. Ciò nonostante, la retorica pubblica più inflazionata resta quella che rifiuta questa definizione di ‘materiali di armamento’, preferendo descriverli come ‘pezzi di ricambio’, o comunque come produzioni che non possono essere paragonate alle armi ‘così come normalmente queste vengono intese’”. Questa la tesi della Federazione delle Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza, rappresentata dall’ex parlamentare Guido Crosetto.

“In realtà – conclude il giornalista – il contesto è completamente diverso: relazioni pubbliche alla mano, l’Italia autorizza le imprese ad esportare bombe, munizioni, siluri, razzi, aeromobili, software, tecnologie, corazzature e armi di calibro superiore ai 12,7 mm. Su questo non c’è alcun dubbio. Purtroppo resta sempre la distanza tra gli atti e la realtà e il discorso pubblico; ma su questo non si scappa”.

Teresa Fallavollita

ASCOLTA L’INTERVISTA A DUCCIO FACCHINI: