Si è aperto domenica scorsa, con centinaia di morti e feriti, il nuovo capitolo del conflitto bellico, politico e diplomatico tra Armenia ed Azerbaijan. Gli azeri hanno fatto parlare le armi per l’irrisolta questione della regione del Nagorno Karabakh.
Fin dal 1988 la maggioranza armena nella regione in suolo azero rivendica un’indipendenza, ottenuta de facto nel 1994 ma mai riconosciuta, che in diversi momenti ha generato tensioni tra i due Paesi.

Il capitolo precedente del conflitto risale al 2016, quando vi fu la “Guerra dei quattro giorni” che si concluea con una tregua tra le parti. “Un cessate il fuoco formale – scrive Osservatorio Balcani e Caucaso in un dossier dedicato al tema – che non ha però mai fermato gli scontri sulla linea del fuoco, dove militari e i civili vengono regolarmente uccisi. Le parti in conflitto continuano ad accusarsi a vicenda di violare il cessate il fuoco”.

Armenia Azerbaijan, le ragioni di un conflitto irrisolto

“Alla fine dell’Unione Sovietica vi era questa regione autonoma a maggioranza armena dentro i confini internazionali dell’Azerbaijan, che ha dichiarato la propria indipendenza, in seguito ad una guerra, sulla regione autonoma che esisteva anche in epoca sovietica e sulle delle regioni circostanti – sintetizza ai nostri microfoni Giorgio Comai, ricercatore dell’Osservatorio Balcani e Caucaso ed esperto di questioni post-sovietiche – Da allora tutti gli abitanti azeri che abitavano in quelle aree sono stati costretti ad abbandonarle e quelle aree sono controllate da forze armene”.

La recrudescenza attuale, invece, è scaturita dal fatto che in tutti questi anni non si è riusciti a fare passi avanti nei negoziati. Da parte armena il mantenimento della situazione attuale è conveniente, perché controlla la regione, mentre gli azeri continuano a ritenere inaccettabile lo status quo, anche perché esistono centinaia di migliaia di sfollati azeri che da ormai trent’anni non possono tornare nelle proprie case.
Le escalation del recente passato, del resto, servivano per attirare l’attenzione della comunità internazionale, ma ciò non è avvenuto.

“L’azione militare odierna è partita senza dubbio da parte azera – osserva Comai – però da entrambe le parti vi è una posizione non costruttiva rispetto ai negoziati e, anzi, in senso esplicito vi è una retorica belligerante che viene espressa ripetutamente. In questo contesto è partito l’attacco da parte dell’Azerbaijan che però, rispetto a quelli passati, ha un raggio molto più ampio”.

Il ruolo degli attori internazionali

Secondo gli osservatori sono tre i principali attori internazionali coinvolti a vario titolo nella questione: l’Unione Europea, la Russia e la Turchia.
“L’Ue è di gran lunga l’attore meno influente nella regione – continua il ricercatore – negli anni non ha mai dimostrato un’attenzione spiccata per questo conflitto”.
Diverso è il ruolo della Russia, che ha tutto l’interesse ad arrivare ad un cessate il fuoco, in linea con l’obiettivo di lungo periodo di mantenere buone relazioni sia con l’Armenia che con l’Azerbaijan e una stabilità dell’area.

Diverso, invece, è il ruolo che la Turchia di Erdogan sta giocando rispetto al passato. Se fino ad ora, infatti, la Turchia si era allineata con tutti gli altri Paesi interessati a richiamare alla pace entrambe le parti, stavolta dalla Turchia è arrivato un sostegno esplicito all’Azerbaijan, che è ancora da dimostrare se sia formale o concretamente militare.

Lo scenario che si prefigura su questo conflitto nel caucaso meridionale non porterebbe al rischio di un’estensione a tutta la regione, ma il pericolo è il protrarsi del confronto militare possa coinvolgere, anche per errore, la popolazione civile che vive a pochi chilometri o addirittura centinaia di metri dal confine dove parlano le armi.
I rischi concreti, dunque, sono le conseguenze dal punto di vista umanitario.

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