Ad una settimana dalla grande manifestazione antifascista autoconvocata a Macerata, il sindaco ne ha promossa una “sua”, ma è stato un flop. Anpi, Cgil e Arci hanno tradito subalternità, non rendendosi conto che non hanno più l’egemonia, perché i corpi intermedi sono morti. Allora sarebbe meglio scendere per strada, parlare con le persone e tentare di ricostruire.

Parafrasando una celebre rubrica della settimana enigmistica, non tutti sanno che a Macerata, una settimana dopo la grande manifestazione antifascista autoconvocata dell’11 febbraio, si è svolta un’altra manifestazione antirazzista e antifascista.
A convocarla è stato il sindaco di Macerata, Romano Carancini, lo stesso che una settimana prima ha tentato di impedire il corteo adducendo non chiare motivazioni sul clima di tensione che si sarebbe respirato in città.
Al corteo dell’altro ieri hanno aderito oltre 30 sigle, tra cui Cgil, Cisl, Uil, Anpi, Unimc, Unicam, Pd Macerata, Isrec, Refugees Welcome, Arci Macerata, Leu, Acli Macerata, Auser Provincia Macerata, Uisp, Emergency gruppo volontari Macerata e anche alcuni Comuni del circondario.
Emblematica la partecipazione: 500 persone. Solo una settimana prima a partecipare erano state tra le 20mila e le 30mila persone.
Certo, la pioggia ha scoraggiato la partecipazione, ma voler attribuire al maltempo le ragioni del mezzo flop sarebbe miope.

Ci sono due ragioni, una specifica e una generale, che a mio avviso spiegano quanto accaduto.
Quella specifica riguarda l’ambiguità e i balbettamenti che l’Amministrazione di Macerata continua ad avere. La manifestazione convocata dal sindaco, oltre che costituire un evidente sgambetto istituzionale, continuava a riproporre la stessa poca chiarezza che il primo cittadino ha avuto subito dopo l’attentato fascista di Luca Traini.
Anche sabato scorso, infatti, si è tentato di tenere insieme due cose che non c’entrano nulla, ma che la propaganda elettorale ha voluto mischiare per evidenti ragioni strumentali: la morte di Pamela Mastropietro e l’attentato fascista. Lo stesso sindaco, con la convocazione del corteo, continua a vedere nessi causali tra i due fatti, tradendo un imprinting razzista, tentando di muoversi alla stregua del suo partito (il Pd) su un filo sottilissimo per non perdere consensi elettorali.
Sembra assurdo, ma va ripetuto ancora una volta: non vi è alcuna “vendetta” nel sparare a cittadini inermi che hanno lo stesso colore della pelle di un presunto colpevole di un reato. Lo dice lo stato di diritto: la responsabilità è personale. Chi ci vuole vedere una prerogativa etnica è un autentico razzista.
Bene quindi che una manifestazione con parole d’ordine così ambigue sia stata disertata dai più.

La seconda ragione, quella generale, riguarda l’atteggiamento di grandi associazioni e sindacati, che aderendo alla manifestazione del sindaco di Macerata, ad una settimana dal corteo antifascista autoconvocato, confermano i sospetti di subalternità al Partito Democratico. Anpi, Cgil, Arci e altre realtà stanno sancendo la rottura definitiva con una fetta consistente della propria base che, in questi anni, ha già ingoiato bocconi amari per scelte delle dirigenze che definire timide è un eufemismo.
Basti ricordare i tre milioni della Cgil in piazza a Roma quando Silvio Berlusconi voleva abolire l’articolo 18 e il pressoché totale silenzio quando ad abolirlo è stato Matteo Renzi.
Quello che queste grandi organizzazioni non sembrano voler capire è che, nel caso fossero in buona fede, tentare di garantirsi l’egemonia oggi è quantomai irrealistico. L’egemonia l’hanno persa col silenzio, con i tentativi concilianti di venire a patti col potere quando era retto da (ex?) amici, con l’incapacità ormai dimostrata di comprendere e saper rispondere ai cambiamenti sociali e culturali. Inutile, quindi, tentare ancora di fare leva su una sorta di “disciplina di partito”, perché le persone là fuori sono state abbandonate e, non sentendosi rappresentate e difese, non hanno più motivi per obbedire o attenersi alle disposizioni delle segreterie.

Detta in altre parole, i corpi intermedi sono pressoché morti. Le ragioni di questa agonia vanno ricercate proprio nella dimensione delle relazioni col potere. Non fare i conti con ciò è patetico.
Allora forse sarebbe meglio che le grandi organizzazioni facessero un bagno di umiltà, che smettessero di pretendere di dettare la linea e rivendicare egemonia, ma mollassero le poltrone, scendessero in strada in mezzo alla gente, la ascoltassero sia quando dice cose sensate sia quando dice bestialità, cominciassero a ricostruire mattone dopo mattone un rapporto che necessariamente sarà diverso da quello novecentesco.
Non avete più la patente dell’antifascismo o dei diritti dei lavoratori, perché quando ne eravate alla guida avete sbandato troppe volte. Abbandonate le cabine di regia, perché non governano più niente. Mischiatevi a chi spontaneamente manifesta la propria indignazione. Potreste anche imparare cose nuove.

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