Ci sono le fotografie di Giulio Di Meo, i testi di Sara Forni, gli approfondimenti di Amedeo Novelli, Matilde Castagna e Alessio Chiodi, le grafiche di Vittorio Giannitelli e le illustrazioni di Luca Ercolini/Elle in “Anticorpi bolognesi“, il racconto della pandemia nella nostra città di Witness Journal.
Il portale di fotogiornalismo ha documentato tutte le fasi dell’emergenza sotto le Due Torri, dalla città deserta alle iniziative di solidarietà, e ora ha attivato un crowdfunding per trasformarlo in un libro e fare beneficienza.

Anticorpi bolognesi: il racconto della pandemia

“Anticorpi bolognesi” è il reportage di Witness Journal che racconta come Bologna ha vissuto questi due mesi di emergenza Coronavirus, rifuggendo però dal pietismo e da una narrazione forzatamente negativa. Il lavoro, infatti, si concentra sulle storie di chi si è messo in gioco sostenendo gli “ultimi”, le iniziative solidali intraprese per fronteggiare le situazioni di difficoltà sociale che si sono manifestate.

“Abbiamo pubblicato la prima parte su WJ – racconta ai nostri microfoni Di Meo – e il lavoro è stato corposo, con un pdf di più di 150 pagine, quindi un vero lavoro di approfondimento”. Accanto al fotogiornalismo, che è la matrice di WJ, sono stati sperimentati anche altri linguaggi, come le illustrazioni e le grafiche, che ibridano il racconto, accompagnato dalla spiegazione testuale.

Il crowdfunding per la pubblicazione

Ora la redazione di Witness Journal vorrebbe trasformare il lavoro svolto in un libro, nel quale verranno raccontate dodici delle storie raccolte durante la pandemia a Bologna.
Per questo è stato attivato un crowdfunding sulla piattaforma Produzioni dal Basso, con l’obiettivo di raccogliere seimila euro che però non serviranno solo alla pubblicazione. La metà dei fondi raccolti, infatti, serviranno a coprire i costi di stampa e a remunerare il lavoro dei collaboratori. Ma l’altra metà andrà in beneficienza a due dei progetti di mutualismo che sono nati durante la pandemia: le Staffette alimentari Partigiane di YaBasta, Làbas e Tpo e la campagna Don’t Panic.

“Il nostro è anche un modo – conclude il fotografo – per dimostrare come la fotografia, che in Italia non è tenuta molto in considerazione, possa essere non solo una forma per raccontare delle storie, per farle emergere e vedere, ma possa anche essere utile nel concreto per sostenere delle azioni sociali”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A GIULIO DI MEO: