Mentre il governo firma accordi coi sindacati a pochi giorni dal referendum, è già operativa l’Anpal (Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro), ultimo tassello del Jobs Act. Dovrebbe servire a ricollocare sul lavoro i disoccupati, ma il modello seguito è quello fallimentare di Garanzia Giovani. L’analisi di Marta Fana.

Prendere ad esempio un modello fallimentare e replicarlo su scala più ampia. Perché, alla fine, quel che conta è che le statistiche sull’occupazione appaiano positive, non tanto che nel Paese ci sia buona occupazione. È quello che sta succedendo in tema di lavoro nel nostro Paese, in particolare grazie all’ultimo tassello del Jobs Act: l’Anpal.
L’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro, prevista proprio dalla riforma del lavoro del governo Renzi, ha la funzione di ricollocare i disoccupati sul mercato del lavoro. Il meccanismo a cui si ispira, però, è quello di Garanzia Giovani, il programma per contrastare la disoccupazione giovanile e che si è rivelato un vero e proprio flop.

A fronte di un milione di iscritti a Garanzia Giovani, infatti, si sono registrate appena il 34% di misure. Il 56% dei pochi contratti offerti, inoltre, è costituita da tirocini. Solo il 16% del totale è rappresentato da contratti di vario tipo (indeterminato, determinato e interinale).
“Alla fine, secondo i dati ufficiali – osserva ai nostri microfoni la ricercatrice Marta Fanai giovani che hanno ottenuto un contratto a tempo indeterminato sono appena l’1%“.

Il fulcro del funzionamento dell’Anpal è l’assegno di ricollocazione. Si parla di risorse che vanno dai 250 ai 5mila euro per gli enti accreditati capaci di trovare un impiego per chi è disoccupato e percepisce la Naspi da almeno 4 mesi. “Ad essere esclusi, dunque, sono i precari, cioè coloro che hanno più bisogno di lavoro”, sottolinea la ricercatrice.
Il disoccupato fa richiesta dell’assegno, registrandosi sul sito dell’Anpal o presentandosi a un centro per l’impiego. “L’assegno di ricollocazione non è reddito – spiega Fana – ma un bonus erogato ai cittadini che può essere speso solo a favore di enti accreditati, come centri per l’impiego o agenzie interinali, per i servizi da essi offerti”.

Il problema, però, è che questi meccanismi possono favorire una cattiva occupazione. Gli assegni, infatti, possono finire anche ad agenzie che propongono lavoro in somministrazione. Soggetti privati, quindi, perché quelli pubblici non possono farlo. “Uno degli enti accreditati è Vicker – continua la ricercatrice – la app per i lavoretti, dalla ceretta alla badante”.
In pratica, dunque, le risorse a disposizione andranno a favorire il privato, lasciando morire i centri per l’impiego pubblici, già agonizzanti.

Se è vero che l’assegno varia a seconda del tipo di contratto di assunzione e al profilo del disoccupato, cioè aumenta con la durata del contratto e con la marginalità del disoccupato, i posti di lavoro offerti dalle imprese negli ultimi anni sono posti a scarsa produttività, offerti da aziende che competono soprattutto sul costo del lavoro. Stando al meccanismo, quindi, i lavoratori dovranno accettare qualunque offerta per non perdere il diritto all’assegno e la loro profilazione sarà sempre peggiore, con maggiori risorse che andranno alle agenzie interinali.

Per Fana, infine, un ulteriore problema è rappresentato dalla centralizzazione della materia, previsto dal Jobs Act e ribadito dalla riforma costituzionale che voteremo domenica.
“Se al sud una Regione volesse aumentare i fondi o stimolare l’occupabilità dei lavoratori attraverso altri strumenti – ipotizza la ricercatrice – non potrà più farlo perché questa è una politica che diventa esclusiva dello Stato”. Uno Stato che, negli anni, ha abdicato alla programmazione economica e sociale, svuotando di funzioni il Cnel e lasciando campo libero al mercato.

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