Il 2019 è segnato da proteste in diversi contesti mondiali, da Hong Kong al Libano, passando per la Catalogna, ma sicuramente i focolai più accesi sono quelli dell’America Latina. Cile, Ecuador, Bolivia e, salendo in Centro America, Haiti sono scossi da proteste di piazza per ragioni e storie diverse, senza dimenticare i giganti come Brasile e Argentina, dove rimangono aperte grandi questioni sociali.
Per comprendere meglio le ragioni di questo fenomeno abbiamo interpellato diversi esperti, che ci hanno raccontato la genesi, ma soprattutto le motivazioni delle rivolte nel sub-continente.

Cile, l’obiettivo è la riforma della Costituzione

Ve ne avevamo già parlato, ma le proteste in Cile non si sono fermate, anzi: sono aumentate di intensità. Anche se formalmente ritirato, lo stato di eccezione proclamato dal presidente Sebastian Piñera nei fatti continua.
Proprio oggi va in scena uno sciopero nazionale e, ormai, le richieste della popolazione sono indirizzate verso una riforma costituzionale. “È questa la parola chiave”, osserva ai nostri microfoni Giorgio Tinelli, docente dell’Università di Bologna per la sede di Buenos Aires.

Dal canto suo, Piñera sta cercando di recuperare la situazione in diversi modi. Da un lato ha abbassato i toni. Se in un primo momento aveva affermato che il Paese era “in guerra”, oggi si mostra molto più conciliante verso i manifestanti.
Dall’altro lato ha proposto un pacchetto di riforme sociali che vanno dal reddito minimo garantito per tutti, fissato a 350mila pesos (circa 480 dollari), un aumento del 20% delle pensioni, un progetto per creare un’assicurazione sanitaria, riduzione del prezzo dei farmaci e la stabilizzazione del prezzo dell’elettricità e varie utenze.
Un pacchetto che dovrebbe essere finanziato attraverso la tassazione dei ceti più ricchi, andando incontro alle richieste di redistribuzione della ricchezza da parte dei manifestanti.

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Bolivia, un nuovo Venezuela?

Scenario completamente diverso è quello che troviamo in Bolivia. Qui le proteste sono scoppiate in seguito alle elezioni presidenziali, che hanno portato alla conferma, per la quarta volta, di Evo Morales. Le accuse delle opposizioni, che hanno trovato sponda anche negli Stati Uniti, riguardano presunti brogli sul conteggio dei voti, in particolare per un distacco con il rivale Carlos Mesa che supererebbe il 10%, quota che consente di escludere il ballottaggio e confermare Morales al primo turno. La stessa candidatura di Morales, però, non tiene conto di quanto afferma la Costituzione e disattende un referendum del 2016.

“Pur essendosi proclamato socialista e presidente degli indigeni e della Madre Terra, Evo Morales dal 2010 in poi ha portato avanti politiche neoliberali ed estrattiviste che hanno danneggiato i territori indigeni e rurali, con la conseguente erosione della sua base elettorale”, racconta ai nostri microfoni Camilla De Ambroggi, dottoranda dell’Università di Bologna. Per contro, il rivale Mesa è un esponente della destra, dunque non rappresenta un’alternativa.
Anche se il Paese appare molto polarizzato, la ricercatrice sottolinea come in piazza ci siano componenti che non parteggiano né per Morales, né per mesa: sindacati, gruppi femministi, associazioni indigene.

La situazione boliviana ha molte analogie con quella venezuelana, tra rischi di torsioni autoritarie da un lato e ingerenze esterne statunitensi.
La differenza sta nella situazione economica. La Bolivia in questi anni ha registrato un pil al 4,6%, ma questo non ha comportato meccanismi redistributivi, né ha portato all’introduzione di un welfare.
“Il debito pubblico è aumentato perché i progetti estrattivi sono finanziati da multinazionali cinesi”, sottolinea De Ambroggi.

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Haiti, sei settimane di proteste nell’indifferenza internazionale

Si trova in Centro America, ma il fuoco, non solo figurato, sta investendo da un mese e mezzo anche Haiti. Una rivolta anti-governativa contro il presidente Jovenel Moïse catalizza la rabbia contro le drammatiche condizioni sociali che il Paese vive e che lo rende uno dei contesti più poveri al mondo.
A raccontare la situazione ai nostri microfoni è Andrea Zani, referente del progetto umanitario della ong Gvc nell’isola caraibica.
“È difficile individuare una ragione che porta le persone in piazza quasi quotidianamente – osserva Zani – perché si sono sovrapposte diverse cause”.

Tutto è cominciato nel febbraio 2018, quando il presidente Moïse ha annunciato di dover dare seguito ad una misura voluta dal Fondo Monetario Internazionale per la riduzione dei sussidi sui carburanti. Ma la protesta è anche contro la corruzione legata allo scandalo Petrocaribe, che ha coinvolto anche alcuni esponenti dell’attuale esecutivo.
“Al momento Haiti è un Paese che vive di aiuti umanitari – racconta Zani – perché la produzione è ferma a causa del blocco dei carburanti, su cui è impostata l’economia, dal momento che non esiste una diversificazione energetica”.

Difficile prevedere un possibile sbocco, dal momento che il presidente ha il sostegno della comunità internazionale, in particolare degli Stati Uniti. Se dovesse perderlo, potrebbe esserci una transizione democratica, ma anche una guerra civile tra bande, che attualmente vengono controllate anche da alcuni ministri.

ASCOLTA L’INTERVISTA AD ANDREA ZANI: