Il colosso dell’e-commerce Amazon distrugge mensilmente fino a 100mila prodotti nuovi nei poli logistici del territorio. Si tratta di resi danneggiati e beni invenduti: solo una minima parte di questi trova una seconda vita sugli scaffali o diventa un dono. Per il resto delle merci, il capolinea è la pressa di un’azienda incaricata da Amazon allo smaltimento dei beni che non trovano più spazio nelle corsie dei suoi immensi magazzini.
È quanto emerge da “Amazon, uno smaltimento al di sopra di ogni sospetto“, l’inchiesta di Rosario Daniele Guzzo, Elisabetta Muratori e Roberto Pisano che ha vinto l’edizione 2019 del Premio Mani Tese per il giornalismo investigativo e sociale, indetta per raccontare gli impatti d’impresa sui diritti umani e sull’ambiente.

Rifiuti “nuovi”: com’è partita l’inchiesta

“Inizialmente abbiamo intrecciato delle storie che ci avevano raccontato dei fornitori di Amazon – spiega ai nostri microfoni Roberto Pisano, uno degli autori dell’inchiesta – Poi facendo delle ricerche ci siamo imbattuti nel lavoro di alcuni colleghi francesi, che hanno trasmesso un’inchiesta analoga in un canale francese”.
Da lì, l’inchiesta ha messo a fuoco il quadro normativo che ha dimostrato come il sistema che porta a distruggere merce nuova sia completamente legale, perché la legislazione risale a vent’anni fa, fino ai racconti di alcuni dipendenti e alla versione del responsabile delle public relations di Amazon.

Il problema è generato dal sistema produttivo adottato da Amazon e da altre aziende che lavorano allo stesso modo. “La vita sugli scaffali di Amazon è molto breve – osserva il giornalista – Il modello dell’azienda, incentrato sulla produzione rapidissima, prevede un grosso turnover. Quindi è facile che un prodotto nuovo, che magari ha scarse performance di vendita può finire alla pressa”.
Se il bene non è griffato Amazon, la scelta tecnicamente spetta al fornitore, che viene contattato dal colosso dell’e-commerce e deve decidere se farsi rispedire il prodotto o mandarlo al macero, ma il sistema di incentivi e disincentivi porta il fornitore a distruggere.

Il problema della giacenza e i contratti imposti da Amazon

Per piccole e medie aziende che riforniscono i magazzini di Amazon costava di più la giacenza di un prodotto che lo smaltimento. Almeno fino a settembre scorso, quando sull’onda delle polemiche scatenate dalle inchieste, i costi sono stati equiparati.
“Il problema però – sottolinea Pisano – è che nei contratti di fornitura che Amazon fa firmare vengono imposti dei tempi molto rapidi e una penale molto grande se si buca una consegna, quindi i fornitori devono continuamente lavorare in over-stock, cioè produrre una volta e mezza o due volte rispetto all’effettiva domanda. Ciò significa che, se sei un piccolo venditore, non hai neanche lo spazio per tenere tutta quella merce, quindi sarai portato a optare per la distruzione perché non sapresti dove stoccarla se ti viene resa”.

Anche se il sistema produttivo di Amazon è consentito dalla legge, non si può dire che la distruzione di merce nuova sia morale. “È una scelta diversa che scarica sulla collettività i costi, in questo caso ambientali – osserva il giornalista – La colpa non può essere scaricata sul consumatore, ma è di chi detiene il potere di imporre delle regole diverse, che deve far sì che il costo scaricato sulla collettività in termini ambientali o sui lavoratori, come dimostrano altre inchieste, venga reinternalizzato ed eventualmente rodere i margini di profitto di Amazon, che come sappiamo sono molto alti”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A ROBERTO PISANO: